
Come molti ormai sanno, l'ultimo incontro del Gabinetto di Sicurezza, presieduto da Benjamin Netanyahu, ha messo in luce delle divisioni sempre maggiori all'interno degli apparati politici e militari israeliani. La decisione d'occupare l'intera Striscia di Gaza è stata infine e prevedibilmente assunta, ma non senza difficoltà; e per giunta con nuovi e pesanti danni per la spendibilità internazionale di Israele e la disponibilità di molti suoi storici partner ed alleati a fornirgli ancora una qualche “copertura” in senso diplomatico. Il loro grado di comprensione e fiducia verso Israele e le iniziative del suo governo vanno quindi erodendosi sempre più, aumentando al contempo l'isolamento internazionale di Tel Aviv.
Sono tutti danni politici che già da tempo si notavano, risultando in continua crescita fin dalle prime settimane posteriori allo scoppio del conflitto, man mano che l'azione israeliana andava vieppiù facendosi pesante; ma non sembrava che le varie élites politiche di Tel Aviv se ne curassero più di tanto, a cominciare proprio dal nucleo governativo di Netanyahu e dei suoi alleati delle destre più religiose, votate ad un espansionismo messianico. Quel nucleo governativo, a cui s'associa una più celata ed estesa camarilla ben diffusa anche fuori dai confini israeliani, già da mesi e mesi ha varcato il punto di non ritorno, e può ormai soltanto andare avanti ad oltranza ed in crescendo nella propria condotta: l'alternativa, chiaramente non contemplata e men che meno accettata, sarebbe unicamente quella di cedere gettando la spugna. Si tratta di qualcosa che prima o poi, inevitabilmente, avverrà; ma proprio per questo motivo quel nucleo governativo e quella camarilla hanno ora tutto l'interesse a prorogare oltremisura la guerra, così da rinviare quanto più possibile all'indomani un giorno tanto temuto.
Quel giorno le conseguenze del crollo, e dell'aver prorogato sino ad un tal punto l'azione bellica, non ricadrebbero unicamente su Netanyahu, oltre che su quel nucleo governativo e su parte di quella camarilla; ma anche sullo stesso Stato di Israele. Aver posto i propri interessi al di sopra di quelli del proprio paese, trascinando la strategia del “muoia Sansone con tutti i filistei” oltre il sostenibile, avrebbe dunque pesanti effetti tanto sul premier israeliano e i suoi, quanto su Israele e i propri cittadini. I segnali di cedimento, sul fronte internazionale, si notano tutti e non si limitano solo ai leader di dieci paesi e alle Nazioni Unite che, dinanzi alla decisione d'occupare militarmente la Striscia, hanno espresso la propria condanna, avvertendo delle inevitabili conseguenze umanitarie; peraltro, questi richiami nulla di nuovo andrebbero ad aggiungere a tutti quelli sinora già fatti, tanto dalle stesse Nazioni Unite quanto da molti altri paesi. Tuttavia, anche queste esternazioni diplomatiche, da parte di paesi come la Germania, l'Inghilterra, l'Italia, l'Australia e la Nuova Zelanda, esprimono il crescente imbarazzo dei loro governi di fronte ad una situazione internazionalmente sempre più caotica e alle proprie opinioni pubbliche sempre meno favorevoli, per non dir proprio ostili, alle condotte politiche e militari israeliane.
Insieme alla Francia e ad altri paesi occidentali, hanno sin qui espresso un sostegno sostanziale ad Israele, pur con crescente polemicità; e molti dei loro governi hanno oltretutto già dichiarato di voler procedere al riconoscimento dello Stato palestinese. Israele decide ora d'occupare la Striscia, pianificando di porla sotto un'autorità “complice”, per non dir proprio sua espressione, dove non soltanto non vi sarà spazio per Hamas ma neppure per l'ANP. Di primo acchito, un tale tempismo fa pensare ad una volontà israeliana d'occupare Gaza, ponendola sotto un sistema politico a sua immagine, prima che anche i partner occidentali procedano a settembre col proprio riconoscimento dello Stato palestinese. Il tempo dirà se dietro un tale tempismo si nasconda un'unilaterale intenzione israeliana d'annullare le condizioni per un loro riconoscimento, mettendoli così dinanzi al fatto compiuto, od una mossa tacitamente concordata proprio con costoro, in modo che possano continuare nella vecchia strategia del “salvar capra e cavoli”. Già le prossime ore, in tal senso, potrebbero fornire degli utili indizi.
Oltre ai paesi europei e più in generale occidentali, anche i vari attori mediorientali hanno espresso le loro rimostranze per la decisione d'occupare la Striscia. Se a molta opinione pubblica occidentale le posizioni dell'Iran risultano ben note, molto più sorprendenti benché in realtà prevedibili e dovute possono apparirlo quelle di paesi moderati come l'Egitto, la Giordania, l'Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e la Turchia, con con Teheran hanno rilasciato una dichiarazione dove fermamente condannano la nuova decisione del governo israeliano. Per molti di loro, spingersi ad insinuare possibili mosse tacitamente concordate con Israele, sulla falsariga dei governi occidentali, appare decisamente ben più arduo: osare farlo, alla luce delle loro posizioni e pregresse reazioni, equivarrebbe quantomai al complottismo. Ancor meno si potrebbero fare simili supposizioni per la Cina, il cui Ministero degli Esteri ha nuovamente espresso per bocca del proprio portavoce la profonda preoccupazione per la scelta d'occupare la Striscia, esortando Israele ad interrompere immediatamente l'iniziativa. Al pari degli altri, ha ricordato che Gaza appartiene ai palestinesi, che la vita di milioni di loro è a rischio per le immani conseguenze umanitarie che andrebbero ad assommarsi alle già gravi odierne; e per giunta senza che gli ostaggi potrebbero mai trarne alcun vantaggio. Analoghe e dure posizioni sono state espresse anche dai governi pakistano ed indonesiano, andandosi ad aggiungere a quelle già rilasciate in precedenza, insieme a quelle di decine d'altri paesi al mondo.
Basterebbe in generale controllare le varie dichiarazioni espresse alle Nazioni Unite per farsene una più accurata idea, notando come le percentuali dei “comprensivi” verso Israele, ancora disposti a fornirgli una qualche fiducia e relativo sostegno diplomatico, risultino oggi piuttosto esigue rispetto anche soltanto al più recente passato. Aver prorogato sine die la propria strategia del “muoia Sansone con tutti i filistei” sta dunque e prevedibilmente esacerbando la situazione internazionale di Israele, che ormai da tempo ha perso il controllo e il favore dell'informazione, di conseguenza andando sempre più incontro al dissenso esterno ed interno. Quei segnali di rottura, a cominciare da quelli interni come testimoniato dalle forti contrarietà dei comandi militari alle volontà di Netanyahu e dei suoi alleati di governi, viste proprio nel recente Gabinetto di Sicurezza, non sono una novità, come neppure lo è la loro costante ed allarmante crescita. Esprimono, al pari della situazione mediorientale ed internazionale, e al crescente logoramento dell'apparato militare israeliano, quanto pernicioso sia stata per Israele la scelta d'immettersi nel vicolo cieco del “muoia Sansone con tutti i filistei” e, soprattutto, che in quel vicolo cieco abbia ormai già da tempo varcato il punto di non ritorno. Del resto, quella scelta non era per garantire o riaffermare la sicurezza strategica di Israele, ormai già drasticamente compromessa per il presente e per il futuro, ma solo per tutelare la sicurezza politica e giudiziaria del suo primo ministro. Ciò dovrebbe indurre a serie riflessioni molti suoi sostenitori ed alleati all'estero che ancor oggi, acriticamente, ne sposano azioni e posizioni.
