
Non è una novità, ma in ogni caso agli USA gli accordi con l'UE convengono sempre, soprattutto perché sono gli unici a trarne davvero vantaggio. Gran parte dell'export europeo passa a dazi al 15%, evitando quelli al 30% inizialmente previsti da Trump, ma con un piccolo particolare: molti di questi beni e servizi prima dell'elezione dell'attuale presidente erano sottoposti a dazi al 2,5% e in altri casi al 4,8%: più che discreto, pertanto, l'aumento che hanno registrato. Tra i settori colpiti, auto, semiconduttori, farmaci, macchinari utensili, vini ed altri prodotti agroalimentari: a tal proposito andrebbe notato, nello specifico caso italiano, come tutti questi generi merceologici pesino assai, anche perché negli USA l'Italia non esporta unicamente generi agroalimentari come molti un po' ingenuamente son portati a pensare. Anzi, i macchinari industriali, biomedicali, elettronici, ecc, svettano massicciamente per volumi d'affari sui vari prodotti dell'allevamento e dell'agricoltura, su cui vi è oltretutto un annoso problema di falsi che dominano nel mercato americano; ma su tale tema al momento tra Roma e Washington non s'è ancora trovata la quadra, e c'è da supporre che mai si troverà: troppe le resistenze politiche interne, negli USA, proprio da parte di quei settori economici che da tale “irregolarità” traggono degli intuibili vantaggi.
Oltre ai dazi generici al 15%, vi sono poi quelli specifici al 50% per l'acciaio e l'alluminio, anche questa una vecchia storia americana visto che non c'è praticamente stata una sola amministrazione in tutti questi ultimi anni che non li abbia assunti o ritoccati a danno di Bruxelles. Stando alla versione ufficiale, sarebbero per affrontare la sovraccapacità produttiva globale, concetto che si scontra con la sete di prodotti dei mercati internazionali e che riflette invece la fatica americana a competere coi nuovi concorrenti come la Cina, contro cui infatti le accuse di sovraccapacità infatti sono ormai all'ordine del giorno da parte di più di un'Amministrazione sin qui succedutasi. In più l'UE s'impegna anche a comprare dagli USA beni per 750 miliardi di dollari, soprattutto in energia (gas e petrolio di scisto) ed armamenti. La cosa fa il paio, ben si comprende, col piano di riarmo europeo divenuto nel frattempo piano di riarmo NATO, a pieno beneficio dell'apparato militar-industriale ormai non più soltanto americano ma anche europeo, di fatto una famiglia di conglomerati plurinazionali che con le sue joint-venture e scambi azionari spazia su entrambe le sponde dell'Atlantico, e non solo. E' sottinteso, in queste due clausole, come le visioni geostrategiche future dell'UE siano destinate a restare niente affatto dissimili da quelle odierne, conoscendo semmai un ulteriore ampliamento nella loro ostilità verso la Russia sul piano militare e la Cina su quello economico, così rendendosi soprattutto sempre più funzionali agli obiettivi geopolitici americani.
Ma oltre a ciò, vi è anche l'impegno europeo ad investire negli USA altri 600 miliardi di dollari, soprattutto in settori come la manifattura e la ricerca, anche in questo caso con l'ottica di favorire un travaso finanziario dal Vecchio Continente al potente alleato d'Oltreoceano: bene o male, qualcosa che già avevamo visto, in modo forse un po' meno declamato, tra le vecchia Commissione UE sempre a guida Von der Leyen e la vecchia Amministrazione Biden, con un particolare riferimento alla politica del quantitative easing e dei tassi d'interesse che andava a tradursi in un costante e cospicuo drenaggio di capitali da Bruxelles a Washington. Non sfugge, a conferma della volontà di mantenere certe vecchie e sane abitudini, anche la clausola che prevede da parte europea una forte flessibilità su settori come l'hi-tech, l'AI e le cryptovalute, con l'impegno di Bruxelles a non tassare le reti digitali americane. Cambiando gli approcci di volta in volta intrapresi dalle Amministrazioni americane, ma rimane inalterata sulla sfondo la continuità dei loro obiettivi, tesi a spostare risorse da una sponda all'altra dell'Atlantico per risollevare l'apparato economico e produttivo USA in vista della crescente competizione coi nuovi grandi attori globali, a cominciare dalla Cina nel Pacifico.
Al momento le contromisure inizialmente ventilate dall'UE, di dazi per 93 miliardi di dollari, sono state sospese ma non del tutto rinviate, anche perché quello raggiunto in Scozia tra Donald Trump ed Ursula von der Leyen ufficialmente resta solo un accordo preliminare, i cui dettagli meglio andranno definiti nei giorni a venire. Certo, Bruxelles può accontentarsi del fatto che siano state scongiurate le misure americane al 30% inizialmente previste, fornendo almeno in apparenza una maggior stabilità nel breve periodo soprattutto per le piccole e medie imprese; alcuni prodotti come l'olio d'oliva o quelli lattiero-caseari sono esentati, quantunque il loro impatto sull'import americano sia come già detto lontano da quello d'altri generi merceologici, per quanto sempre importante. Anche gli aerei e l'aerospaziale in genere sono esentati dalle nuove misure, ma del resto ciò va a ricollegarsi con la natura strategica che tali settori rivestono agli occhi delle grandi aziende americane, che notoriamente vi recitano una loro presenza per le ragioni economico-industriali poc'anzi descritte. Fin qui i pro, a cui s'aggiungerebbe pure stando almeno ai comunicati d'entrambe le parti la cooperazione su acciaio ed alluminio, che fotografa una certa politica congiunta USA-UE di decoupling nei confronti dei grandi competitori come in primo luogo la Cina, ma non solo: una misura, come già detto, più polemica che costruttiva verso il commercio globale, ma in ogni caso presentata soprattutto a Washington come un nuovo trionfo. Non a caso, mentre Washington parla di un accordo “colossale” e “storico”, Pechino nuovamente ricorda la necessità di rispettare le regole del WTO; un concetto riconosciuto anche dai mercati, che dopo un primo rialzo hanno infatti reagito con un sensibile rallentamento.
Nonostante i pro, che in qualche modo si tentano d'avvalorare, vi sono anche i molti contro, e non sono soltanto quelli sin qui esaminati. Pur “solo” al 15%, i dazi avranno comunque un impatto significativo sull'economia europea, con perdite per il solo export italiano già ora stimate in almeno 22,6-23 miliardi di euro in settori come i vini, la meccanica e l'automotive. Inoltre hanno provato, e non è certo la prima volta, il grave squilibrio negoziale tra le due parti, a netto vantaggio americano, con leader europei come ad esempio Viktor Orban che senza mezzi termini ha commentato che “Trump s'è mangiato von der Leyen a colazione”. Altri leader europei sono stati invece più ossequiosi verso i nuovi accordi con gli USA, come il cancelliere tedesco Friedrich Merz; ma sono state le associazioni di categoria dei loro paesi, ad esempio proprio la tedesca BDI, ad esprimere tutto il loro scontento, definendo troppo alte le tariffe per l'export, con particolar riferimento al settore metallurgico. I dazi al 50% su acciaio ed alluminio, soprattutto per la Germania, sono intuibilmente un nuovo pugno allo stomaco. Analogamente, anche l'acquisto d'armamenti ed energia per 750 miliardi di dollari e l'investimento per 600 miliardi di dollari nella manifattura e nell'innovazione americane costituiscono un impegno finanziario assai oneroso per l'UE, economicamente già da tempo in cattive acque. Infine, l'attuale debolezza del dollaro verso l'euro, con un rapporto di cambio a 1,25, amplifica ancor più l'effetto dei dazi, rendendo già di per sé poco competitivo l'export europeo negli USA. Anche la Francia guarda con preoccupazione alla novità, col premier François Bayrou che ha parlato di un “giorno buio” per l'Europa ed accusato di Bruxelles di “sottomissione” agli USA; in precedenza il Presidente Emmanuel Macron aveva invocato misure più decise.
Non a caso la premier italiana Giorgia Meloni, pur esprimendo la sua cauta soddisfazione per l'accordo preliminare, ha comunque voluto ribadirne la provvisorietà, con la possibilità che auspicabilmente possa quindi conoscere dei miglioramenti; mentre il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha proposto l'istituzione di una task-force per il settore viti-vinicolo e nuovi interventi della BCE per mitigare l'impatto del cambio euro-dollaro. Le opposizioni, intanto, parlano di una “Caporetto per l'economia italiana”; ma sono polemiche che all'interno di un sistema parlamentare rientrano nel consueto gioco delle parti, anche perché, a prescindere da tutto, a sostenere l'attuale Commissione UE che ha appena tenuto i negoziati con Trump vi sono anche loro, nei gruppi del PSE e dei Verdi/ALE. Più gravi invece gli allarmi lanciati dalle associazioni di categoria italiane, come Confindustria, Legacoop e Coldiretti, che comunque convengono sul fatto che le nuove misure risultino preferibili ai precedenti dazi al 30%. Le preoccupazioni e le ambiguità italiane s'inseriscono in modo piuttosto comprensibile nell'odierno quadro d'incertezza che caratterizza i mercati globali, segnati dalle crescenti misure protezioniste unilaterali americane; e dove la sua economia si trova ormai da anni ad accusare crescenti fragilità strutturali, in termini non soltanto di produttività e competitività, che i vari fronti politici finora al governo non sono mai davvero riusciti almeno in parte a sanare.
