
Da alcuni giorni i rapporti tra Thailandia e Cambogia sono segnati da una profonda agitazione. Le loro conflittualità non sono una novità nella storia, e proprio come in passato il pomo della discordia continua a rimanere negli oltre 820 km di frontiera che li separa. Sotto il protettorato francese, la ripartizione dei confini tra i regni di Cambogia e dell'allora Siam fu piuttosto arbitraria, con la prima che a danno della seconda ottenne zone di forte valenza strategica ma pure simbolica, cominciando da quelle in cui sorge il tempio di Preah Vihear. Mentre su alcune aree, come quella del suddetto tempio, la Corte Internazionale di Giustizia ha sancito con propri arbitrati del 1962 e del 2013 la validità della sovranità cambogiana, su altre come quella in cui sorge il tempio di Prasat Ta Muen Thom le ambiguità continuano a rimanere, o almeno così ritengono soprattutto da parte thailandese. In generale Bangkok non approva né i verdetti della Corte sulle aree di cui è stata riconosciuta la sovranità cambogiana, né di altre su cui ancora non s'è espressa, a cominciare da tutto il famoso “Triangolo di Smeraldo”. Un'area incantevole sotto il profilo naturale e paesaggistico, ma come dicevamo anche di forte valenza strategica ed economica, soprattutto per i thailandesi che mirano a poterla controllare, nonché simbolica, per il grande valore storico che i templi che ospita rivestono per lo spirito nazionale cambogiano.
Qualcuno potrebbe pensare ad altri casi già visti nella storia, magari europea, con le antiche contese tra romeni ed ungheresi per la Transilvania o quelle tra serbi ed albanesi per il Kosovo, o ancora nel Caucaso, con le annose e pure recenti conflittualità azero-armene per il Nagorno-Karabakh; o magari alle antiche ripartizioni territoriali che Francia ed Inghilterra stabilirono in Medio Oriente sulle ceneri dell'Impero Ottomano. Numerosi sarebbero in realtà i casi da citare, come ad esempio anche il recente conflitto indo-pakistano ci sta a ricordare, con l'eterna contesa ben più che frontaliera per il Kashmir e le aree circostanti. Proprio quest'ultimo caso potrebbe fornirci qualche spunto interpretativo, qualora pensassimo che l'aggressione indiana al Pakistan dello scorso maggio trovava molte delle sue spiegazioni nei contrasti politici interni a Nuova Delhi. Come l'India cercò, in parte riuscendovi, di scaricare le sue molte contraddizioni interne all'esterno, elevando la soglia di conflittualità col Pakistan che tuttavia efficacemente seppe comunque contenerle, così nel caso odierno vediamo un analogo copione negli attacchi thailandesi alla Cambogia. Se tra i due casi vi è una differenza, ovviamente tra le molte altre che in ogni caso regnano, possiamo individuarla nella diversa sovranità sulle regioni contese, il Kashmir pur sempre in gran prevalenza sotto il controllo indiano e le aree tra Thailandia e Cambogia in buona parte in mano alla seconda. Del resto, come poc'anzi detto, seppur giuridicamente riconosciuta, la sovranità cambogiana sulle aree frontaliere non è mai stata pienamente gradita da Bangkok, mentre su altre su cui il controllo resta indefinito la contesa è storicamente aperta.
Come dunque vediamo, gli odierni scontri tra Thailandia e Cambogia hanno dunque radici antiche da cui già in altri momenti sono germogliati aspri conflitti, anche in anni recenti. Le risposte date dalla diplomazia internazionale non hanno appagato gli ambienti più nazionalisti e militaristi, e i tentativi di ricomposizione tra le parti sono andati ad infrangersi contro le loro ostilità. Ad esempio, fino al primo luglio a guidare il governo thailandese era la figlia di Thaksin Shinawatra, Paetongtarn, impegnata ad affrontare diplomaticamente quello storico dissidio regionale col suo omologo cambogiano Hun Manet, figlio dell'ex premier Hun Sen. Entrambe le leadership, genitori e figli, sono state oggetto delle forti polemiche di molti loro connazionali, col nazionalismo che secondo vari osservatori è stata l'arma a cui hanno fatto ricorso per serrare le fila di un consenso che le vedeva comunque maggioritarie. Il 28 maggio un soldato cambogiano è rimasto ucciso in uno scontro che ha visto il ferimento anche d'alcuni militari thailandesi, a causa dell'esplosione di mine antiuomo: anche tali ordigni rappresentano una dolorosa questione che divide i due paesi, con Bangkok che accusa Phnom Penh d'averne piazzate di nuove di recente e quest'ultima che nega e sostiene risalgano agli anni della guerra civile. Ma ciò che davvero ha spianato la strada alle rinnovate e più aperte conflittualità è stata la pubblicazione di una telefonata riservata tra l'ormai ex premier Paetongtarn e l'ex premier cambogiano, Hun Sen, in cui la prima si rivolgeva con forte deferenza verso il secondo criticando l'esercito del suo paese. In breve il governo Shinawatra è stato travolto dalle polemiche, con la premier sostituita da una figura di transizione, Phumtham Wechayachai. Sotto di lui, un fragile governo di coalizione, che cerca nell'uso della forza una possibilità per darsi una maggior legittimazione popolare; ma forte, come si può intuire, è il peso dei settori militari.
Del resto, non diversamente avviene in Cambogia, che dinanzi all'attacco ha dovuto a sua volta mostrare i muscoli pur avendo al momento la peggio. Se in Thailandia a pesare è soprattutto la situazione politica, in Cambogia è invece quella economica, col governo di Hun Manet che deve gestire il peso dei dazi americani al 49% e le difficoltà legate al blocco delle importazioni di frutta, verdura e servizi internet dalla Thailandia, d'altronde subito dichiarato da Phnom Penh. Mentre la Thailandia ha schierato i suoi F-16 per colpire gli obiettivi cambogiani, la Cambogia ha fatto affidamento sui lanciarazzi BM-21 e l'artiglieria pesante. Immancabili, come in ogni guerra, le accuse incrociate sui danni compiuti dall'altra parte, ad esempio con la Cambogia che accusa la Thailandia d'aver utilizzato bombe a grappolo e quest'ultima che rinfaccia alla controparte d'aver colpito obiettivi civili; ed in effetti s'ha notizia di un ospedale thailandese colpito in una delle aree frontaliere, col ministero della Salute di Bangkok che parla addirittura di un possibile crimine di guerra. Certo è che ormai siamo, solo da parte thailandese, all'evacuazione di ben 138mila civili da 86 villaggi nelle province di confine, oltre alla proclamazione della legge marziale in otto distretti; mentre la Cambogia da una delle province colpite ha evacuato 1500 civili.
Forse il conflitto terminerà solo quando il governo thailandese avrà completato la sua morsa autoritaria, che indubbiamente s'intravede nell'azione bellica che va conducendo contro la Cambogia, raggiungendo sul fronte quel successo che gli avrà dato l'agognata stabilità; ma è un'ipotesi molto pericolosa, perché indicherebbe il rifiuto a priori di Bangkok a spegnere i fuochi il prima possibile. Ed in effetti una fine immediata del conflitto è chiesta soprattutto dalla Cambogia, che ha invocato una riunione del Consiglio di Sicurezza ONU e gradito le proposte di mediazione offerte da vari paesi storicamente importanti per gli equilibri della Penisola Indocinese, a cominciare dalla Cina. Phnom Penh del resto ha gradito pure la proposta di mediazione avanzata dalla Malesia, che al momento ricopre la presidenza dell'ASEAN di cui è parte insieme alla stessa Thailandia, e che proprio quest'ultima ha invece rifiutato dichiarandosi di voler puntare ad un accordo bilaterale con la Cambogia, in cui intuibilmente far valere le proprie rivendicazioni.
Tuttavia, come già visto pure in molti altri conflitti, solo una rapida e riconosciuta mediazione potrà risolvere dissapori originati dalle speculazioni politiche più nazionaliste. Il ruolo dell'ASEAN, dell'ONU e di grandi attori regionali come la Cina può fare la differenza, in una disputa segnata anche da altri importanti attori extraregionali il cui gioco non appare neppure troppo nascosto, teso peraltro più a dividere che ad unire. Ad esempio agli Stati Uniti, che hanno proposto una propria mediazione pur figurando come remota parte in causa della vicenda, soprattutto nell'uso dei propri agganci con certi ambienti interni non solo a Bangkok e non solo tra i militari; con l'intento di preservare una propria storica influenza nell'area, dove indubbiamente accusano un netto declino, ed ottenervi un ruolo diplomatico e mediatico da poter poi rivendere al proprio fronte interno. Superare le incomprensioni su cui il colonialismo e il vecchio ordine internazionale in declino hanno fortemente investito per applicare da remoto il loro divide et impera, è il compito che i paesi della regione già da tempo faticosamente affrontano, con successi importanti. Difficilmente si può quindi pensare che non ne siano in grado oggi, tornando di conseguenza a privilegiare la logica del dialogo a quella dello scontro. Dopotutto certi contrasti, come quelli oggi in atto tra Thailandia e Cambogia, tutto possono essere fuorché nel loro interesse, rappresentato semmai dall'integrazione politica ed economica nel quadro dell'ASEAN e dalle relazioni coi loro principali partner regionali ed extraregionali, a cominciare da Pechino.
