
Dell'AUKUS i lettori più affezionati si ricorderanno che ce occupammo fin dall'apparire di questo portale, non esitando a parlar sin da subito dell'ennesimo “stipendificio”: vale a dire, più che una formidabile alleanza militare per assicurare il “contenimento” di un presunto “espansionismo cinese” nel Pacifico, un'elefantiaca macchina burocratica e finanziaria per far ingrassare il complesso militar-industriale americano. Tant'è che nel primo articolo, apparso nel settembre 2021, ironicamente parlammo addirittura non di un “Patto d'Acciaio”, in allusione a quello a suo tempo siglato dalle Potenze dell'Asse e a cui poi anche il Giappone s'unì, ma bensì di un “patto da marinai”. I tempi biblici della realizzazione di questa grande macchina militar-industriale sono poi tali da non poter competere con la grande progressione tecnologica ed organizzativa sin qui dimostrata dalla Cina, altro aspetto che non tardammo a notare già soltanto pochi giorni dopo. Non abbiamo d'altronde cessato d'occuparci dell'argomento neppure in seguito, e i lettori più curiosi scartabellando nell'archivio dei tanti articoli sin qui accumulati nel tempo avranno certamente di che soddisfare tutte le loro curiosità.
L'argomento è tornato d'attualità proprio in questi giorni, con la pubblicazione di un'interessante analisi da parte del Dr. Yi Xin, commentatore d'affari internazionali residente a Pechino, sul People's Daily Online del 7 luglio scorso, che ha notato come all'inizio di giugno il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti abbia avviato una completa revisione dell'accordo di difesa sottomarina AUKUS. Il dietrofront del Dipartimento di Stato era d'altronde facile a prevedersi, giacché da tempo gli scetticismi sul progetto AUKUS non facevano altro che crescere, come ad esempio testimoniato da numerosi analisti: si prenda ad esempio quanto scriveva ancora il Prof. Mark Beeson su The Conversation, quasi un anno fa, oltretutto riferendosi alla ricerca di un suo collega, Andrew Fowler, in un'altra pubblicazione ben precedente.
In Italia, quando vogliamo designare una promessa poco credibile, siamo soliti dire che sia una “promessa da marinai”: ecco perché a suo tempo avevamo parlato dell'AUKUS come di un “patto da marinai” e infatti oggi non ci meravigliamo affatto a vedere che la tanto minacciosa alleanza sbandierata dai governi americano, inglese ed australiano a distanza di qualche anno si sia dimostrata per quella che era. Tuttavia, di là dalla sua temibilità in termini pratici, trattandosi a quanto pare più di una ben congegnata fabbrica di stipendi e commissioni militari per le grandi aziende di settore che di un credibile patto militare, l'AUKUS resta da un punto di vista teorico, politico e diplomatico un enorme e pericoloso pomo della discordia nei rapporti tra Pechino e il trio composto da Washington, Londra e Canberra. Insieme ad altre ed analoghe iniziative militari che hanno visto il coinvolgimento da parte degli Stati Uniti d'altri attori del cosiddetto “Indo-Pacifico” (dall'India alle Filippine, dalla Corea del Sud a Taiwan, ecc), non molto più fortunate ma in ogni caso parimenti ingiustificate nel diritto e fomentatrici di continue tensioni regionali, contribuisce a disseminare d'incomprensioni i rapporti tra governi di Pechino, Washington e dei vari paesi europei, mentre vaste aree marittime si ritrovano ad essere inutilmente e sconvenientemente più insicure.
In più, a seguito della decisione avviata dal Dipartimento di Stato ad inizio giugno, legata alle scelte del capo delle politiche del Pentagono Elbridge Colby, i governi inglese ed australiano si ritrovano oggi letteralmente appiedati, come si suol dire “sedotti ed abbandonati” dagli Stati Uniti che nel frattempo si sono rimangiati la loro vecchia proposta. Questo cambio di rotta segna pure, tra le tante cose, un duro colpo al programma “America First” viziando pesantemente le capacità contrattuali, peraltro già compromesse su altri fronti, degli Stati Uniti con la Cina. Come ha fallito la ricetta tentata dall'Amministrazione Biden, così pare ancor più clamorosamente fallire oggi quella dell'Amministrazione Trump, e per giunta pure in tempi ben più brevi. In quella caduta di credibilità e potere negoziale, Washington trascina con sé anche i partner inglese ed australiano, che non a caso manifestano oggi tutto il loro nervosismo chiedendo all'azionista principale maggiori chiarimenti e rassicurazioni. Giunge qui a proposito un altro proverbio italiano ancora, “chi è causa del suo mal, pianga se stesso”: perché i governi inglese ed australiano capiscono oggi assai meglio di prima d'essersi affidati un po' troppo spensieratamente alla volubilità di certe scelte politiche degli Stati Uniti, di volta in volta dettate soprattutto da dinamiche di consenso interno.
Del resto, anziché guardare a quelle criticità, a Londra e Canberra preferirono allora dar per certo che una decisione presa sarebbe rimasta tale per sempre, concentrandosi così su quelli che apparivano o andavano presentati alla propria opinione pubblica come dei vantaggi. Per l'Inghilterra rappresentava un facile ritorno nella regione dopo il tramonto del suo Impero, grazie al “passaggio” offerto sia pur a caro prezzo da Washington; quasi una restaurazione delle antiche glorie dopo che la BREXIT e l'uscita dall'UE l'aveva messa dinanzi al duro confronto di non rappresentare più neppure l'azionista principale nel Commonwealth, dove non poche sue ex colonie ormai la surclassano economicamente e i loro principali partner commerciali fanno tutti parte della concorrenza, come Stati Uniti, Germania, Giappone, Sud Corea, ma soprattutto Cina. Mentre per l'Australia l'AUKUS, pur costandole non poche quote di sovranità e relative spese economiche, costituiva pur sempre un modo per recepire nuove tecnologie non soltanto militari altrimenti non a portata di mano. Ma oggi i sogni inglese ed australiano si rivelano per quelli che sono, soprattutto fumo.
L'avevamo già detto a suo tempo e ne abbiamo oggi la conferma: proprio la natura di “stipendificio”, di pantagruelica macchina mangiasoldi, è ciò che porta alla tomba un progetto come l'AUKUS, rendendolo di fatto insostenibile. La sola Australia dovrebbe spendere più di 200 miliardi per i prossimi trent'anni nella progettazione del suo sottomarino nucleare, vale a dire dieci volte in più dei suoi stanziamenti per la difesa per l'anno 2023. Tutto quel denaro naturalmente andrebbe solo a beneficio dell'apparato militar-industriale americano e in misura minore anche inglese, non tanto diverso dunque da ciò che l'aumento delle spese militari pari al 5% del PIL da parte dei paesi europei per la NATO ha significato per i medesimi beneficiati d'oltreoceano. E' una disparità, quella tra Australia da una parte e Stati Uniti ed Inghilterra dall'altra, che il Dr, Yi Xin nota evidenziando la natura di trasferimento di risorse pubbliche da Canberra all'apparato militar-industriale americano ed inglese incarnata dall'AUKUS, e che come abbiamo già detto non appare affatto dissimile da quella subita dai paesi europei con l'aumento dei propri stanziamenti per la difesa. Tanto nel primo quanto nel secondo caso, gli australiani come gli europei non si ritrovano certo beneficiati nella loro sicurezza, semmai minata ancor più dal significato politico di tali azioni; per giunta con l'aggravio di nuovi e pesanti salassi economici sulle proprie spalle e con forti ricadute sulla tenuta dello Stato sociale.
Proprio come il potenziamento delle spese per la NATO per i paesi europei riduce gli spazi di ricomposizione con la Russia e di risoluzione pacifica del conflitto in Ucraina, accentuando l'isolamento e l'insicurezza dell'UE, così pure l'AUKUS a sua volta oltre a costare cifre esorbitanti implica una crescente contrapposizione con la Cina e gli altri attori regionali intenzionati a preservare con Pechino i loro fruttuosi rapporti politici ed economici. L'opportunità di dialogo costituita da una grande istituzione regionale come l'ASEAN, composta da più di dieci membri del Sud Est Asiatico, viene rifiutata dall'AUKUS, come fa notare il Dr. Yi Xin, favorendo il “muro contro muro” e la corsa al riarmo anche da parte degli altri attori regionali. Oltre a paesi come Vietnam, Indonesia o Pakistan, anche altri tradizionalmente più vicini a Washington come Giappone e Sud Corea soprattutto negli ultimi tempi hanno manifestato crescenti inquietudini verso il vecchio alleato, manifestatasi a loro danno pure con la “guerra dei dazi”. Probabilmente a Washington dovrebbero pensare, e in parte si suppone lo stiano pure facendo, che un approccio tanto muscolare come quello sin qui perseguito non risulti nel lungo termine davvero tanto benefico alla loro influenza in quel Pacifico che intenderebbero militarizzare.
Come auspicato dal Dr. Yi Xin, non di sottomarini nucleari che alimentino sospetti, ma di dialogo, inclusività e sviluppo comune hanno bisogno il Pacifico e il Sud Est Asiatico, ovvero proprio il contrario di quanto offerto da istituzioni come l'AUKUS. Proposte come quella cinese della Global Security Initiative (GSI), con la promozione di un nuovo percorso verso la sicurezza basato su dialogo, cooperazione e mutui vantaggi anziché scontri, alleanze divisive e “giochi a somma zero”, hanno ottenuto il sostegno di 120 paesi al mondo: indubbiamente un risultato molto più convincente di quello sin qui riscosso dall'AUKUS. Per non parlar poi del Partenariato Economico Regionale Globale (RCEP) che ha dato vita alla più grande area di libero scambio sul pianeta, avendo sempre come propria pietra angolare la grande famiglia dell'ASEAN. Quest'ultima, con Pechino, si presenta sempre più come un grande motore di pace, sviluppo e cooperazione, inserito in un'area che già oggi è la più dinamica e vitale al mono: una preziosa “casa comune” di cui quest'ultimo decisamente non può fare a meno. Men che meno correndo il rischio di comprometterla e sabotarla con strane logiche di “guerra fredda” e contrapposizioni militari, ormai decisamente troppo irresponsabili e fuori tempo.
