
Nella seconda decade di giugno la capitale kazaka Astana ha ospitato il secondo Summit Cina-Asia Centrale, senza che ciò destasse particolari attenzioni presso gli osservatori europei. Considerando che erano le giornate più intense del conflitto tra Israele ed Iran, tanto vissute dall'opinione pubblica da farle addirittura dimenticare le contemporanee guerre a Gaza e in parte pure in Ucraina, potrebbe non sorprendere particolarmente; ma nel caso di molte testate giornalistiche ha indubbiamente del singolare. Anzi, proprio perché il conflitto tra Israele ed Iran in quei giorni occupava la scena mediatica più che mai, sarebbe stato dovuto da parte di chi fa informazione darne una seppur sintetica menzione: non fosse altro perché, in quel Summit, anche della guerra che contrapponeva i due paesi mediorientali s'è parlato.
Abbiamo raccontato in un precedente articolo quanto grandi siano i processi di cooperazione, investimento e connessione infrastrutturale in Medio Oriente e in Asia Centrale, e per tale ragione quanto impattasse agli occhi di Pechino e di molti altri suoi partner regionali l'aggressione in quel momento subita dall'Iran. Grandi partecipazioni economiche, energetiche e commerciali legano queste immense e diversificate regioni a numerosi investitori e grandi potenze sia interne che esterne, dalla Cina alla Russia, dall'India al Pakistan, dalla Turchia alle monarchie arabe del Golfo, dagli Stati Uniti all'Unione Europea, oltre ovviamente ad Israele e all'Iran, e così via. Per un'Unione Europea che tra Medio Oriente e Asia Centrale sponsorizza a ben due distinti progetti infrastrutturali oltre a partecipare in modo sia diretto che indiretto ad altri ancora, un tema come quello del Summit Cina-Asia Centrale avrebbe dovuto destare grandi attenzioni, e così pure per i suoi paesi membro, fino a maggior ragione ai loro operatori dell'informazione; che invece, come dicevamo, sembra che abbiano voluto concentrarsi soprattutto su altri argomenti, per quanto importanti.
In un articolo apparso sul sempre ben informato The Gulf Observer, un preparato analista come il Prof. Muhammad Shakel Ahmad, amministratore delegato del Global Strategic Institute for Substainable Development (GSISD), ha fornito una preziosa interpretazione di cosa sia stato quel Summit. Notando come il vertice sia stato convocato proprio in occasione di una crisi geopolitica tanto grave quanto quella della guerra tra Israele e Iran, il Docente ricorda come pure sia stato espressione della crescente affermazione di Pechino nel ruolo di stabilizzatore e mediatore di pace regionale e globale. Certo, tra Europa e Stati Uniti si tende spesso a sminuire questo ruolo, ancor più riferendosi alla conclusione della breve e grave guerra che ha contrapposto Tel Aviv a Teheran, pompando invece una versione di parte che preferisce esaltare come alfiere di pace un Trump al contrario complice coi suoi doppi giochi proprio dell'aggressione israeliana. Ma in realtà Washington aveva avallato l'azione israeliana fin dal principio, stando al gioco dei negoziati sul nucleare con Teheran quanto bastasse ad abbassarne la guardia; per poi compiacersi pubblicamente, ormai quindici giorni fa, delle prime bombe di Israele sugli obiettivi iraniani, comprese molte figure di spicco dell'ambito scientifico, militare e diplomatico.
Né Washington né Tel Aviv avevano evidentemente tenuto in debita considerazione la solidità delle alleanze di Teheran e la volontà di Pechino che non si turbassero violando il diritto internazionale degli equilibri politici già seriamente messi in discussione da anni di guerre dirette o per procura in Medio Oriente. E' stato dinanzi al muoversi di Pechino e dei suoi partner regionali, come Islamabad, che alla Casa Bianca hanno dovuto ricredersi: avevano dato per scontato che non solo la Cina, ma anche la Russia e l'intera Asia Centrale se ne sarebbero rimasti inorriditi a guardare, limitandosi solo a qualche dichiarazione diplomatica. Non è stato così, e ciò ha costretto Washington e la sua Amministrazione a metter in atto un “piano di salvataggio” con cui disimpegnarsi da un conflitto alla cui accensione avevano prima partecipato, con tanto pure di pubbliche rivendicazioni.
Proprio per questo, come notato dal Prof. Ahmad, la Dichiarazione di Astana adottata alla fine del Summit rappresenta ben più di una pietra miliare in senso diplomatico, dacché pone l'accento su "una cooperazione fondata su principi di rispetto reciproco, sovranità e diplomazia orientata allo sviluppo", incarnando la “posizione contro-egemonica della Cina negli affari globali” ed offrendo "una visione alternativa agli approcci incentrati sull'Occidente”. Tra i vari argomenti che la compongono, possiamo individuarvi la stabilità regionale, lo sviluppo sostenibile, la crescita economica reciproca e il perseguimento condiviso di una coesistenza pacifica, nonché il sostegno alla sovranità e all'integrità territoriale di tutte le nazioni e alla Carta delle Nazioni Unite, la non ingerenza negli affari interni e il rifiuto delle politiche di potenza e di sanzioni unilaterali. Ancora, tra le varie finalità descritte al suo interno possiamo ravvedervi la ribadita priorità agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG) delle Nazioni Unite, che hanno tra i loro elementi cardine la riduzione della povertà e la lotta al cambiamento climatico, l'energia pulita e la connettività transfrontaliera, tutti argomenti che già dalla lettura dei precedenti articoli i nostri lettori avranno capito quanto siano essenziali in Asia Centrale e così pure in Medio Oriente.
A tal proposito l'Autore non trascura l'essenziale aspetto delle tante forme di connettività presenti in Asia Centrale, ricordando ad esempio il forte ruolo rivestito dalla Belt and Road (BRI), d'indubbia centralità nell'alleanza di cooperazione tra Cina e Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Kirghizistan e Tagikistan. “Al 2024”, spiega infatti “la Cina ha investito oltre 100 miliardi di dollari in Asia Centrale in oleodotti, infrastrutture stradali e ferroviarie, tecnologie digitali e cooperazione industriale”, con un approccio allo sviluppo “meno condizionato di quello delle istituzioni finanziarie guidate dall'Occidente” e pertanto costituendo “un'alternativa interessante per gli Stati diffidenti nei confronti dell'interventismo liberale”. Segue così, nella sua analisi, una comparazione tra i modelli perseguiti dalla Cina, secondo un approccio di “cooperazione win-win”, e i blocchi egemonici legati all'Occidente ed in particolar modo agli Stati Uniti, come la NATO, il QUAD e l'AUKUS, diffusi dal Mediterraneo al Pacifico ed incentrati invece soprattutto su forti infrastrutture militari come quelle che Washington ha in essere con grandi attori come il Giappone o l'Unione Europea.
Non appare pertanto casuale nell'analisi, anche per riallacciarci a quanto spesso abbiamo qui scritto del recente conflitto tra Israele ed Iran, il riferimento al cieco e costante appoggio politico che gli Stati Uniti assicurano a Tel Aviv: sia in sede internazionale, come dimostrato da quasi due anni di guerra in Palestina che hanno portato all'alienazione dei favori di molto del Sud Globale, sia in aiuti militari annuali per 3,8 miliardi di dollari.
