
Ha già un nome, “Guerra dei Dodici Giorni”, il breve ma drammatico conflitto che ha seriamente rischiato, secondo molti osservatori, di trascinare il mondo intero a conseguenze ancor più catastrofiche. Israele ha attaccato a sorpresa l'Iran, mentre quest'ultima stava portando avanti in Oman un non facile negoziato con gli Stati Uniti sul proprio programma nucleare. Fino a quel momento ufficialmente si sapeva che Israele fosse ostile ad un accordo tra Iran e Stati Uniti che la escludesse dai giochi, non garantendo una piena soddisfazione dei suoi obiettivi regionali, come ad esempio già visto tra Stati Uniti ed Houthi. Le fonti ufficiali, a cominciare proprio da quelle statunitensi, non indicavano affatto che gli Stati Uniti agissero invece di comune accordo con Israele, proprio per depistare le autorità iraniane facilitando quello che era un vero e proprio “colpo alla schiena”. Ma quando Israele ha iniziato a bombardare Teheran, i siti nucleari e altri vari obiettivi nel paese, oltre a diverse sue personalità politiche, militari e scientifiche, proprio dalla Casa Bianca è giunta la sinistra e compiaciuta rivendicazione. Questo auto-smascheramento nelle prime ore della Guerra dei Dodici Giorni ha anche infranto, seduta stante, la credibilità diplomatica ed internazionale dell'Amministrazione Trump e del suo Presidente, su cui del resto gran parte dei suoi interlocutori internazionali non confidavano granché.
Come raccontavamo nell'articolo di dieci giorni fa, la reazione iraniana scattata quella stessa sera, nota come Operazione True Promise 3, ha anche presto mandato in confusione molti di quegli iniziali trionfalismi israeliani ed americani, a cui nel frattempo anche gli alleati europei s'erano uniti. Malgrado la forte assistenza aerea garantita dagli Stati Uniti e dall'Inghilterra e da vari attori locali, come la Giordania, Israele ha ben presto tradito le sue tante fragilità interne, coi suoi pur costosi e sofisticati sistemi d'antiarea rapidamente saturati dai molti droni e missili lanciati dall'Iran, che hanno di giono in giorno portato a danni sempre più gravi. Sebbene i nostri media abbiano cercato nel corso di queste giornate massimizzare i danni in Iran e minimizzare quelli in Israele, offrendo un resoconto profondamente squilibrato dell'accaduto, basterebbe già controllare le varie testate israeliane (come Hareetz, The Jerusalem Post, Yedioth Ahronoth, i24news, ecc) o la tante corrispettive arabe e panarabe (come Al Arabiya, Arab News, Al Jazeera, The New Arab, ecc) per rendersene facilmente conto. Nulla vieterebbe di guardare un po' anche le stesse fonti iraniane (l'agenzia nazionale IRNA, Fars News, Pars News, ec), non fosse altro per un'elementare par condicio, ma probabilmente agli occhi di molto pubblico italiano ciò suonerebbe come un'eresia; e lo stesso dicasi, intuibilmente, anche per quelle d'altri grandi paesi di centrale importanza globale e che in questo conflitto hanno tenuto un ruolo discreto ma presente, come quelle cinesi, russe, turche, oltre alle già menzionate fonti arabe, ecc. Xinhua, Global Times, China Daily, TASS, Ria Novosti, Lenta, ecc, hanno rappresentato in questi giorni una preziosa fonte di reale informazione in una panoramica mediatica almeno a livello italiano fortemente inquinata.
Del resto, anche molta stampa americana, dalla CNN al Wall Street Journal al New York Times e via dicendo, ha dato una descrizione degli eventi ben dissonante dalle eccessive semplificazioni di molti nostri giornali e telegiornali: tant'è che, clamorosamente, i cronisti della CNN si sono addirittura visti censurare dalle autorità israeliane nella loro diretta da Haifa, affinché nulla si vedesse delle grandi distruzioni patite dalle importanti raffinerie locali, fondamentali non solo a livello civile ma anche militare. Nel paese, infatti, era stata applicata la censura col divieto ai cittadini e ai giornalisti di riprendere immagini e video delle distruzioni ai siti industriali, politici e militari, con tanto d'arresto e confisca dei dispositivi personali qualora sorpresi nel farlo. Quando delle autorità fanno così, vuol dire che ci sono davvero troppi problemi da nascondere.
Ad ogni modo, quanto raccontiamo ci fa capire la gravità della situazione che ben presto si stava presentando per Israele. Contrariamente alle rosee aspettative americane (ed europee: non passa certo inosservato, anche stavolta, il ruolo dell'Unione Europea di mero “fantasma diplomatico”, al pari di quanto già visto nel conflitto in Ucraina, dove ugualmente s'è privata d'ogni spazio nelle trattative), Tel Aviv si stava impantanando sempre più in un conflitto che non l'avrebbe potuta vedere vincitrice. Questo spiega perché nella notte del 22 giugno la Casa Bianca abbia iniziato a muoversi per intervenire nel conflitto, rispondendo alle crescenti preghiere israeliane; sei bombardieri B-2, vari C-130 ed aerei da rifornimento hanno lasciato il Missouri per dirigersi a Guam, da lì preparandosi al “gran colpo” che sarebbe scattato nelle ore successive. Nel frattempo la marina americana, con le portaerei Nimitz, Vinson e Ford, oltre a numeroso altro vario naviglio, aveva pressoché completato il suo dispiegamento nella regione, tra Oceano Indiano e Mediterraneo.
Quando qua erano le 2 antimeridiane è iniziato l'attacco sui siti nucleari di Fordow, Natanz ed Isfahan, notoriamente ben protetti e che non hanno infatti riportato, come testimoniato dalle successive riprese satellitari, danni significativi. Ufficialmente sono stati calati sei ordigni GBU-57 del tipo bunker-buster su Fordow e lanciati trenta missili Tomahawk da sommergibili a 400 miglia di distanza su Natanz ed Isfahan, ma le successive ricostruzioni hanno portato a ridimensionare anche da parte americana questa già di per sé non proprio immensa azione. Tant'è che Israele, pur esprimendo un'iniziale gratitudine, non ha poi tardato a manifestare la sua crescente insoddisfazione. E' infatti presto emerso che i siti colpiti fossero stati già messi in sicurezza dalle autorità iraniane nei giorni precedenti, con un massiccio lavoro di ruspe e camion che ne ha ancor più assicurato l'inviolabilità, mentre il personale, molte attrezzature e quantità d'uranio per 400 kg erano state spostate altrove, in altri siti non noti. Il programma nucleare iraniano, insomma, non è stato colpito se non per le ricostruzioni di certa compiacente stampa nostrana e dei trionfali tweet del Presidente americano, e lo stesso si può dire pure le capacità militari di Teheran, a cominciare dal suo programma missilistico che nel conflitto ha testimoniato un'indubbia efficacia.
Gli Stati Uniti si sono dunque ritirati da un conflitto andato diversamente dalle loro aspettative, tentando di salvare in calcio d'angolo un Israele che ugualmente ha ancor più fallito in tutta la sua strategia portata avanti dal 7 ottobre fino ad oggi. Non solo non verrà meno il programma nucleare iraniano, ma nemmeno quello missilistico per non parlar poi dello status politico di Teheran, con la Repubblica Islamica che dopo l'aggressione si presenta più forte ed influente nella regione di prima, e con un supporto interno più ampio e compatto che mai. I suoi rapporti coi vari alleati e partner locali (dalla Cina alla Russia, dal Pakistan alla Turchia, fino alle monarchie arabe del CCG, ecc) appaiono oggi addirittura più saldi di dodici giorni fa, e la sua partecipazione al Trattato di Non Proliferazione Nucleare e all'AIEA destinate a venir meno, a causa delle tante ambiguità che ha contraddistinto quel meccanismo favorendo il gioco di un altro attore, Israele, che pur disponendo di testate nucleari non ne fa parte. All'attacco americano l'Iran ha risposto con un lancio parso simbolico di 14 razzi, preavvisando gli Stati Uniti, il Qatar e gli altri paesi della regione che la base di Ul-Udeid, peraltro già evacuata nelle ore precedenti, sarebbe stata colpita. Gli stessi comunicati di condanna al lancio iraniano su Ul-Udeid da parte dei paesi del CCG, a loro volta, sono parsi di proforma, trovando solo in quello dell'Oman un contraltare: Mascate, non gradendo che il suo ruolo di teatro diplomatico sia stato sabotato dagli Stati Uniti con un atteggiamento insincero, ha dichiarato che le responsabilità di quella crisi andavano attribuite a Washington e Tel Aviv, esprimendo così piena solidarietà a Teheran. Tale opinione, nel concreto, è condivisa anche dagli altri membri del CCG, e del resto basterebbe guardare ai loro ben più sentiti comunicati dei giorni precedenti per intuirlo.
Nel sanare questo conflitto, sebbene i nostri media preferiscano negarlo o sminuirlo, ha infine enormemente pesato il ruolo ben più che diplomatico dei grandi alleati di Teheran, da Pechino a Mosca fino ad Islamabad; i loro avvertimenti a Washington, non soltanto in sede di Consiglio di Sicurezza ONU, qualora avesse davvero proceduto ad un intervento ben più massiccio contro la Repubblica Islamica, hanno infatti avuto un serio peso sulle scelte americane. Conclusa così la Guerra dei Dodici Giorni, Washington può ora dire d'aver quantomeno salvato in calcio d'angolo un Israele riluttante ad un fine conflitto che lo vede uscire fortemente ridimensionato nella sua influenza e temibilità regionale. Ma tante ancora rimarranno in ogni caso le incognite, proprio per la riluttanza di Israele ad accettare un fine conflitto che lo vede grandemente ridimensionato nel suo prestigio internazionale, nella sua influenza regionale e nella sua immagine di temibilità militare, che considera la prima garanzia per la sua sicurezza in tutto il Medio Oriente. Netanyahu sa che la fine di questo conflitto, se non riuscirà nuovamente a tirare in ballo gli Stati Uniti riportando così la situazione nuovamente a favore di Israele, andrà a tradursi anche nella sua successiva e rapida caduta. Per un leader sotto processo in patria per corruzione, a capo di un governo sorretto da una coalizione unita da continui ricatti reciproci, e per giunta ricercato per crimini di guerra dalla Corte Penale Internazionale, le prospettive che si verrebbero a creare qualora la Casa Bianca davvero decidesse di ridurne la fiducia non appaiono oggi certo delle più rosee.
