
Questi dieci giorni di conflitto tra Israele ed Iran non hanno messo ancora sufficientemente in luce molti interessi che vi s'annidano, e che qui proveremo almeno in parte a sviscerare. Certamente è presto emerso quale sia il reale obiettivo di Israele e degli Stati Uniti, ovvero favorire con una vittoria su Teheran un regime change finalizzato a mutarne profondamente la politica regionale, e con questa gli stessi equilibri in Medio Oriente e in Asia Centrale. Il forte sostegno che alcuni grandi attori hanno dato a Teheran, come Cina, Russia o Pakistan, soprattutto in termini diplomatici ma anche ventilando un loro maggior impegno militare qualora certe linee rosse fossero state oltrepassate, ha espresso non soltanto il loro desiderio che siano evitate gravi destabilizzazioni dello status quo regionale, ma anche l'immensa mole d'interessi ed allacci che mutualmente le salda sempre più insieme.
Teheran, come molti sanno, è certamente un partner BRICS+, ma in questo contesto di crisi è soprattutto un membro SCO (Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai), un organismo intergovernativo sorto per iniziativa di Pechino già nel 1996 come Shanghai Five. A quel tempo gli Shanghai Five erano Cina, Russia, Kazakhstan, Kyrgyzstan e Tajikistan; nel 2001, con l'entrata anche dell'Uzbekistan, sorse quindi la SCO vera e propria. Parliamo dunque di un organismo eurasiatico ormai di lunga storia e provata funzionalità, che nel corso degli anni ha conosciuto un continuo consolidamento. Nel 2001 vi sono entrati India e Pakistan, e nel 2003 anche l'Iran, seguita l'anno dopo dalla Belarus; oltre a loro vi sono poi osservatori, come la Mongolia, o ancora partner di dialogo come la Turchia, l'Azerbaijan, l'Armenia, oltre a molti paesi arabi come l'Egitto, l'Arabia Saudita, il Qatar, gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein e il Kuwait, oltre ad altri paesi asiatici come ad esempio le Maldive, lo Sri Lanka, il Myanmar, la Cambogia e il Nepal. Parliamo insomma di una realtà davvero vasta, al cui interno si sono venuti a creare grandi interessi reciproci e possibilità di sanare anche storici contrasti che per decenni hanno diviso tra loro antiche civiltà, popoli e culture. A questo punto il lettore potrebbe domandarsi a chi davvero convenga che certi paesi e popolazioni siano divisi tra loro anziché uniti da un clima d'intesa e cooperazione, ossia vedere un grande blocco continentale come quello eurasiatico diviso e disseminato di conflitti e concordie anziché unito da comuni interessi e forti reciprocità. Certamente non a quei popoli e paesi, ma ad altri che dall'esterno puntano ad avvalersi dei loro strumenti ed alleati locali per influirvi creando le condizioni per una maggiore destabilizzazione.
Il conflitto israelo-iraniano si spiega dunque così, e anche i diversi sostegni rispettivamente ricevuti da Tel Aviv e Teheran trovano a quel punto una maggior comprensione. Del resto, sotto la SCO si sono venute a creare immense possibilità per i paesi che vi partecipano, in termini di cooperazione militare, economica, infrastrutturale, tecnica, scientifica, culturale, nella cybersecurity e così via, per non parlar poi della comune lotta al terrorismo e al narcotraffico. Grazie al grande lavoro svolto dalla SCO in tutta la regione, anche importanti iniziative come la BRI (Belt and Road Initiative, sorta per iniziativa cinese nel 2013 proprio in Kazakhstan, nel cuore più profondo del blocco eurasiatico) hanno tratto impulso e beneficio, con la nascita d'immense arterie di collegamento, investimenti ed opportunità di sviluppo economico. In queste due cartine il lettore potrà vedere oltre ai percorsi sia realizzati che progettati della BRI, anche d'altri progetti infrastrutturali di collegamento come l'INSTC (International North-South Transport Corridor, promosso dalla Russia), o ancora il TITR (Trans-Caspian International Transport Route, promosso dall'Unione Europea), e per concludere l'IMEC (India-Middle East-Europe Economic Corridor, promosso dagli Stati Uniti). Per dovere di correttezza nel riportare le fonti, le due cartine provengono rispettivamente da Anadolu e Gazzetta Marittima.


Come possiamo facilmente arguire, alcuni di questi progetti sono perfettamente complementari tra loro, mentre altri al momento sono sviluppati con l'intenzione di far concorrenza agli altri. Il TITR è infatti pensato per aggirare la Russia, con cui l'Unione Europea e gli Stati Uniti sono ormai entrati in contrasto, o almeno così una parte dei loro ambienti politici gradirebbe; mentre l'IMEC nelle intenzioni americane ed europee dovrebbe addirittura porsi in concorrenza con la Cina e la BRI. Certamente ogni paese ha pieno diritto di portare avanti i suoi progetti ricercando intese con altri partner che se ne dimostrino disponibili, ma quando ciò punta più a disgregare equilibri altrui anziché ad integrarvisi, ecco che ci si ritrova dinanzi ad una competizione anziché un'intesa strategica. Stati Uniti ed Unione Europea non hanno fatto mistero, in più occasioni, di voler dividere le alleanze altrui, mirando ad insinuarvisi o a far controfferte volte a portar dalla loro parte grandi nazioni di per sé da sempre con una politica estera multivettoriale. Così con l'IMEC vorrebbero allontanare l'India dai partner eurasiatici, Russia e Cina per primi, per farne una concorrente di quest'ultima e al contempo allontanar da loro anche paesi con cui nel tempo è venuto a crearsi una maggior vicinanza, come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Mentre col TITR vorrebbero allontanare la Cina e i paesi centroasiatici come il Kazakhstan, l'Azerbaijan o persino la Turchia dai loro ugualmente in costante crescita buoni uffici con la Russia.
Israele, che nell'IMEC gioca un ruolo di primo piano, ha molto da perdere da un conflitto come quello scaturito col 7 ottobre ed infine culminato nella sua aggressione all'Iran. Una sconfitta o anche soltanto il ritorno ad una situazione che non muti significativamente lo status quo regionale rispetto a quel famigerato 7 ottobre si tradurrebbe anche nell'evaporazione di tutta questa immensa strategia americana di disarticolazione dell'Asia Centrale e del Medio Oriente, di cui è primo attore. Sappiamo che finora tutti i conflitti avviati da Israele contro i suoi vari avversari da Gaza alla Cisgiordania, dal Libano allo Yemen, si sono risolti senza che fossero realmente debellati se non per certe compiacenti ricostruzioni mediatiche; e anche quello con l'Iran, come vediamo, non lo sta presentando proprio in una situazione di vantaggio, di là dai resoconti di certa stampa nostrana pure in questo caso piuttosto benevola nei suoi confronti. Conseguentemente, l'obiettivo di dividere l'immensa area continentale, in primo luogo davvero sconfiggendo l'Iran, portando gli Stati Uniti ad intervenirvi direttamente per operarvi un peraltro improbabile obiettivo di regime change ed in tal modo sottrarre il paese alla sua storica integrazione con gli altri partner regionali e alla grandi arterie di collegamento come BRI ed INSTC, è andato in polvere.
Non di meno si può dire per quello di dividere i paesi arabi dall'Iran, riaprendo l'antica fitna che da tempo poneva in contrasto sciiti e sunniti, e così facendo vanificando anche il grande lavoro di paziente diplomazia con cui la Cina nella primavera del 2023 aveva provveduto a sanarla. E del resto è nemmeno riuscito a costringere l'Iran a chiudere realmente lo Stretto di Hormuz, un fatto che avrebbe fortemente impattato sulle economie più energivore del pianeta come in primo luogo la Cina, che in Teheran ha uno dei suoi primi dieci fornitori, e così pure l'India oltre ovviamente all'Unione Europea e gli Stati Uniti. Ciò avrebbe portato chiaramente ad un intervento degli Stati Uniti, con tutte le plausibili aspettative che Washington e Tel Aviv a diverso titolo s'attendevano da un abbattimento della Repubblica Islamica e così via. Naturalmente un sogno a dir poco catastrofico, e che avrebbe visto anche l'inevitabile coinvolgimento sul campo di Cina, Russia e Pakistan, che nel corso di questa crisi hanno mandato forti segnali e fittamente lavorato sotto il profilo diplomatico.
