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Tra disinformazione e manipolazione del dissenso, lo Stato palestinese in Occidente

13-06-2025 21:00

Filippo Bovo

Tra disinformazione e manipolazione del dissenso, lo Stato palestinese in Occidente

I paesi occidentali, dall'Unione Europea agli Stati Uniti, compongono un determinato quadro d'alleanze, portatore di precisi interessi che hanno ad es

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I paesi occidentali, dall'Unione Europea agli Stati Uniti, compongono un determinato quadro d'alleanze, portatore di precisi interessi che hanno ad esempio trovato una chiara rappresentazione nelle posizioni assunte nei conflitti in Ucraina o in Medio Oriente. In questo quadro d'alleanze, va da sé, anche l'informazione gioca un ruolo prezioso e non a caso, come spesso accusato da molti analisti dal palato più critico, la linea editoriale dei vari mass media è anche una linea politica. Pertanto, le notizie vengono sempre date in un modo che risulti, per “ragion politica”, conveniente alla “salute” di questo status quo: ecco perché non c'è da meravigliarsi se alcune vengono occultate, altre distorte o altre ancora addirittura inventate: è, se vogliamo, una “prassi igienica” di questo nostro “quadro d'alleanze" e della sua informazione.

 

Difficile quindi pensare che, per meglio blindare un tale sistema, che già ha accusato non poche falle ed una crescente sfiducia da parte di molta opinione pubblica occidentale, non si ricorra anche ad una certa strumentalizzazione del crescente dissenso. Si pensi ad esempio al conflitto israelo-palestinese, a partire dalle tante manifestazioni popolari e giovanili sin qui tenutesi nelle piazze e nelle scuole: le abbiamo viste un po' ovunque, dall'Europa agli Stati Uniti, spesso mettendo insieme soprattutto tanti giovani che fino a quel momento, in materia di questioni mediorientali e conflitto israelo-palestinese, probabilmente non ne sapevano granché. I più, soprattutto negli Stati Uniti ma anche nel nostro Continente, erano giovani transitati sotto la regia "pedagogica" del cosiddetto woke, giovani “veterani” delle varie esperienze lanciate da quella subcultura socio-politica, dai Pride alle proteste contro il cambiamento climatico, ecc. Si sono ben prestati, ovvero lasciati ben strumentalizzare, anche per queste nuove manifestazioni ProPal dove il loro genuino sdegno unito ad una tipicamente giovanile volontà di sentirsi "protagonisti" li ha resi loro malgrado nuovamente pedine, strumenti di un "dissenso controllato". 


Certo, qualcuno potrà pur sempre dire che in quell'occasione vi fosse stato pure un cortocircuito interno al woke: chi aveva creato quella subcultura s'era "forse ed inaspettatamente" (le virgolette non sono affatto casuali: si noti bene) ritrovato i "prodotti" che ne erano derivati, quei giovani, a far qualcosa d'apparentemente contrario ai suoi primari interessi, come l'intoccabilità di Israele. Ma era davvero andata così? O non era, tanto per tornare a qualche riga più sopra, un "dissenso controllato", addirittura "organizzato"?


Una risposta abbastanza dirimente a tali interrogativi si potrebbe forse avere già ora, vedendo l'ampio riposizionamento "a favor di Palestina" espresso proprio dalla grande politica e dalla grande informazione di molto del nostro “quadro d'alleanze”, a cominciare dalle varie sinistre europee, sino a poco fa piuttosto restie e compassate nel dover lanciare una qualche critica all'eccesso di difesa di Israele. Già s'erano viste le manifestazioni con le loro bandiere, partecipate dai loro vari leader, per mantenere il controllo di un dissenso che altrimenti, col passare del tempo, si sarebbe fatto un po' troppo autonomo: la base dei militanti, dopotutto, qualche segnale lo attendeva e lo desiderava, e mal sopportava un'inerzia tanto "a favor di Israele". Volendo fare un certo paragone “scolastico”, è stato un buon modo per richiamare in classe la scolaresca, una volta finita l'ora della ricreazione: così i dissenzienti, mandati a protestare contro una guerra su cui i loro partiti e sigle più o meno di riferimento non avevano sin qui detto granché (e in verità nemmeno ora, tolto lo zelo di mostrarsi adesso così "centrali" e "mediatici", come se lo fossero sempre stati), ora sono nuovamente sotto il loro controllo. Non per nulla, tutti i vari leader dell'area c'hanno messo sopra i loro bollini, le loro bandierine, insomma: registrato il copyright.


Ma non basta. Ci sono anche degli antichi riti, che è pur sempre giusto portare avanti e mantenere: ed ecco per esempio la Global March to Gaza (GMTG), o ancora la non molto più fortunata Freedom Flotilla 2025 sempre verso le sue coste; e sempre con tanti immancabili VIP a farsi belli, e spesso anche a rifarsi una fama sulla pelle dei palestinesi, come si potrebbe maliziosamente da pensare. Dopotutto, se la March to Gaza riesce a crear problemi diplomatici con l'Egitto, la cui immagine agli occhi di molti di questi “dissidenti ProPal” è al vetriolo, per loro e per Israele è tutto di guadagnato; un po' meno per quanti, sul campo, a Gaza come in Egitto, tentano faticosamente di tener in piedi equilibri politici e diplomatici tutt'altro che facili, per vivere e per sopravvivere nella loro quotidiana, locale e stanziale condizione d'abitanti ed operatori in terra gazawi. Quelli non sono i VIP che a Gaza vanno a farsi una breve "passerella politicitizzata". Come abbiamo visto, non prima d'aver diviso il dibattito politico in tutti i paesi arabi del Maghreb, che ora più che mai avevano bisogno d'unità dinanzi ad Israele, la March to Gaza è stata infine bloccata e “disinnescata” in Cirenaica, a Sirte, dal governo della Libia orientale. In tal modo, quantomeno, l'Egitto s'è trovato in buona parte sottratto al dover intraprendere delle gravi scelte politiche. E per la Flotilla 2025? L'esecuzione di un copione scontato: la marina israeliana che intercetta il naviglio, dirottandolo in acque proprie, dopo un più o meno convincente botta e risposta di "non ci fermeremo" e "noi neppure", che per un po' tiene in ansia la piazza dei "dissenzienti da casa". Così anche i VIP a bordo ne escono col loro alone d'eroismo e di martirio, sempre sulla pelle dei palestinesi di cui, magicamente, tanto è forte il riposizionamento dei loro media e mondo politico di riferimento, tanto meno se ne parla.


E' normale: questi riposizionamenti, e protagonismi, ad altro non servono che a parar le spalle ad Israele, in vista di un futuro a cui poco si guarda dato che già a livello pubblico tanto coinvolge il presente. Fare la tara tra Israele ed il suo premier Netanyahu, come se si trattasse di "non buttar via il bambino con tutta l'acqua sporca", visto che prima o poi l'occupazione israeliana della Palestina dovrà completarsi con una normalizzazione giuridica che salvi soprattutto la capra (Israele) e un po' meno i cavoli (i palestinesi). Insomma, che c'è di meglio per salvare in corner Israele di un bel "condono tombale" da eseguirsi nella forma di una "riserva indiana" palestinese, un alibi di Stato per poter dire che, senza star troppo a guardare il capello, e men che meno i confini del 1967, la soluzione dei Due Stati s'è pur sempre raggiunta? 


Questo, insomma, è il piano del “quadro d'alleanze” occidentale, e passa anche una certa disinformazione e manipolazione del dissenso. Certo, restano dei dettagli, delle sfumature: per dire, convincere tanti altri che non la pensano esattamente allo stesso modo. Magari i partner arabi, la Turchia, l'Iran, a tacer poi dei grandi attori internazionali come Mosca e Pechino. Ma intanto questo è quanto perseguito da molto nostro Occidente.

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