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Tra accordi copiati, giochi di prestigio e nazionalismo confessionale, non c'è pace in Palestina

2024-06-23 18:00

Filippo Bovo

Tra accordi copiati, giochi di prestigio e nazionalismo confessionale, non c'è pace in Palestina

Pochi giorni fa l'IDF, l'esercito israeliano, ha espresso tramite il suo portavoce ciò che né i suoi maggiori vertici né quelli nazionali hanno finora

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Pochi giorni fa l'IDF, l'esercito israeliano, ha espresso tramite il suo portavoce ciò che né i suoi maggiori vertici né quelli nazionali hanno finora mai ammesso: “Hamas non può esser eliminato perché è un'idea radicata nei cuori delle persone”. Vien da pensare, a quel punto, che per molti falchi la soluzione diventi allora quella d'eliminare tutte le persone, da intendersi ovviamente come i palestinesi di Gaza. Per qualcuno di noi potrà apparirà folle ed aberrante, ma dopotutto c'è chi lo pensa davvero, e non soltanto all'interno della cosiddetta “destra religiosa” su cui sempre più è costretto a puntellarsi il governo Netanyahu. Quanto dichiarato al Canale 13 di Israele dal portavoce Daniel Hagari, circa l'irrealizzabilità di uno dei più importanti obiettivi dell'operazione "Tempesta di al-Aqsa", mette quindi in luce la discrepanza di vedute tra esercito e governo, lo scontro tra realismo e (malata) fantasia: “Il movimento islamista palestinese Hamas non può essere eliminato. Questa storia di distruggere Hamas, far scomparire Hamas, è semplicemente gettare sabbia negli occhi del pubblico. Hamas è un'idea, Hamas è un partito. È radicato nei cuori delle persone: chiunque pensi che possiamo eliminare Hamas si sbaglia”.

 

Forse anche per contenere una situazione già disastrosamente irreversibile, il Presidente americano Joe Biden a fine maggio ha proposto un piano di pace, che ha trovato poi l'attenzione tanto di Israele quanto di Hamas, già in trattativa tramite altri paesi della regione. In un certo qual modo, l'obiettivo recondito di Biden consisteva soprattutto nel guadagnar tempo per gli Stati Uniti e il suo difficile ma imprescindibile alleato israeliano; nel recuperare qualche punto in patria data la disastrosa campagna elettorale e l'opinione pubblica sempre più ostile alla prosecuzione del conflitto in Palestina; e nel far riacquistare a Washington una centralità come paciere in una crisi ormai ben più che regionale, dove la sua importanza risultava nettamente affievolita proprio dal ruolo sempre più preponderante di altri paesi negoziatori. Ma l'accordo, che avrebbe dovuto trovare una pronta presentazione proprio da Israele, s'è rapidamente trasformato in una sorta di “fantasma diplomatico” che ha indotto poi una parte degli osservatori a farsi qualche maliziosa domanda: forse una finta, come sostenuto dal premio Pulitzer Seymur Hersch? Resta il fatto che se ne sia comunque parlato, nei suoi vari punti, senza che tuttavia abbia sortito frutti.

 

Il piano aveva trovato la disponibilità di massima di Hamas e Jihad islamica, come espresso dai loro rappresentanti in Egitto e Qatar, ma al contempo suscitato anche le non costruttive reazioni di vari media israeliani, che subito s'erano messi a caldeggiare le modalità per eluderlo. Per una parte del mondo politico e mediatico israeliano si trattava dichiaratamente di disinnescare un accordo ritenuto pericoloso per il perseguimento di una determinata visione dell'interesse nazionale, che in una certa ideologia nazionalista e confessionale oggi politicamente dominante nel paese coincide col totale annientamento e sradicamento del nemico e delle sue istituzioni politiche e militari. Di fronte al Consiglio di Sicurezza ONU che sosteneva tale accordo, infatti, la reazione di quella vasta e ramificata area politica nazionalista e confessionale non poteva che coincidere con la convinzione del “tradimento”, del mondo che aveva voltato le spalle ad Israele costringendola così ad andar avanti da sola e coi propri mezzi, quelli preferiti. 

 

Questo spiega le pronte dichiarazioni piovute dal governo israeliano e i raid sulla Striscia da parte dell'esercito, con un'azione che coincide con la volontà d'affossare e ricusare ogni proposta di pace. L'unico linguaggio che Netanyahu e il suo “cerchio magico” di fedelissimi, sempre più presenziato da elementi della destra religiosa, è infatti quello che non vi sarà fine alla guerra sinché Hamas non sarà stata completamente eliminata e la Striscia di Gaza riportata sotto il controllo dell'Autorità Nazionale Palestinese, di fatto soggetta ad Israele stante la successiva presenza militare israeliana e il processo di “sottomissione” a cui la stessa ANP viene nel frattempo sottoposta. L'inviato dell'ONU Riyad Mansour ha infatti affermato che l'ANP, che formalmente governa i territori della Cisgiordania occupati da Israele, per poter riottenere il controllo di Gaza necessiterebbe comunque del ruolo israeliano: può esprimersi anche a favore dell'accordo, giudicandolo come ha fatto “un passo nella giusta direzione”, ma ciò non costituisce all'atto pratico un grande cambiamento né per Hamas né per Netanyahu.

 

Si potrebbe d'altronde dire che il piano ventilato a fine maggio fosse piuttosto “utopico” in alcuni suoi punti, non fosse altro perché implicava delle condizioni che Israele già oggi non può più garantire e che tuttavia erano state prontamente accettate da Hamas: non solo il pieno ritiro delle forze armate israeliane, ma anche il ritorno dei residenti alle loro case e il “rifiuto di qualsiasi cambiamento o riduzione demografica nell'area della Striscia di Gaza”. Se la prima condizione implicherebbe per Israele la perdita di un territorio come la Striscia per il cui possesso in definitiva ha ingaggiato una guerra che le è tanto logorante, la seconda addirittura metterebbe in luce in modo completo ed innegabile i veri numeri che soprattutto ha avuto sui civili, fornendo ulteriori e definitive prove ai processi internazionali già a carico dei suoi vertici; oltre ovviamente ad impossibilitare in contemporanea qualsiasi pur remoto progetto d'insediamenti israeliani nell'area, civili o militari che siano, e relative nuove infrastrutture che gli si renderebbero necessarie. Non a caso, nei suoi vari passaggi, non pareva differire granché da quello che era già stato proposto dall'Egitto lo scorso 6 maggio, per l'appunto subito accettato da Hamas e rifiutato da Israele.


Così il rappresentante di Israele all'ONU Reut Shapir Ben-Naftaly ha dichiarato che la guerra non finirà finché tutti i prigionieri non saranno restituiti e le capacità di Hamas “smantellate", mentre il sito web israeliano Ynet News ha sostenuto che la formulazione della risoluzione non riflettesse l'accordo concordato da Israele, secondo cui Hamas non avrebbe più governato Gaza. Ancor più vibranti due ministri dell'esecutivo, Bezalel Smtrich e Itamar Ben-Gvir, di quella destra religiosa a cui sovente qui abbiamo fatto cenno, che hanno subito fatto pesare il proprio ruolo per il sostegno della traballante maggioranza ricordando come, in caso d'accettazione dell'accordo da parte di Netanyahu, le loro dimissioni e lo scioglimento della coalizione sarebbero state immediate. Tutto questo mentre, solo pochi giorni dopo, il portavoce militare Daniel Hagari si sarebbe fatalisticamente messo a dire, come abbiamo letto al principio di questo articolo, che Hamas era semplicemente “inespugnabile”, in un Israele sempre più divisa anche in seno ai vertici politici, dati il dimessosi Benny Gantz e il leader dell'opposizione Tair Lapid che frattanto esortavano Netanyahu ad ascoltare Biden anziché smentirlo, appoggiandosi sia al Segretario Generale dell'ONU Antonio Guterres che ai molti alleati israeliani come Londra, Parigi e Berlino, analogamente impegnati a caldeggiare più miti approcci da parte del governo di Gerusalemme. 

 

Nel grande caos sollevatosi, ognuno si ritrova così nella condizione di poter pensare la tesi che gli risulta più accattivante: Biden arrugginito uomo di spettacolo, a cui non vengono più bene i giochi di prestigio anche perché non aiutato dal compagno di palcoscenico Netanyahu, che gliene sabota la riuscita? Una delle ipotesi, oltre a quella della “diabolica” messa in scena sostenuta da Seymur Hersch, appare proprio questa: in sostanza, anziché un politicamente redditizio coup de théâtre, il Presidente americano si sarebbe ritrovato da ultimo con un cocente autogol, e proprio per colpa del suo non facile alleato mediorientale.

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