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Il Vertice in Svizzera per la pace in Ucraina è la riprova del fallimento dei negoziati a senso unico

2024-06-26 19:16

Filippo Bovo

Il Vertice in Svizzera per la pace in Ucraina è la riprova del fallimento dei negoziati a senso unico

“La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi. La guerra non è, dunque, solamente un atto politico, ma un vero strumento della

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“La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi. La guerra non è, dunque, solamente un atto politico, ma un vero strumento della politica, un seguito del procedimento politico, una sua continuazione con altri mezzi”, scriveva Carl Von Clausewitz nel suo celebre “Della Guerra”, una delle opere di riferimento per chiunque si dia, tra le tante cose, a studi strategici e militari.  Pare che la NATO, dagli USA all'UE e non solo, l'abbia preso alla lettera, senza tuttavia comprenderne rischi e contropartite su cui pure lo stesso Von Clausewitz metteva in guardia in altri passi della sua opera. L'accanimento con cui il conflitto ucraino viene portato avanti, dal 2022 ad oggi, testimonia infatti come nell'intera sponda atlantica si fatichi a comprendere o peggio ancora accettare ed ammettere le varie incognite che lo scontro con Mosca continua quotidianamente a fornire. “Se i fatti smentiscono la teoria, tanto peggio per i fatti”, diceva qualcun altro, e pare che questo sia il modo in cui statunitensi ed europei hanno interpretato l'opera di Von Clausewitz, e non solo quella: chissà cosa direbbero ad esempio Senofonte o Sun Tzu, a loro volta, commentando la caparbietà dell'Alleanza Atlantica semplicemente nel far del male a se stessa oltre che a tutti coloro che si ritrovano macinati nel mezzo.

 

Se volevamo una conferma dell'inconsistenza dei risultati ottenuti dalla NATO nella sua guerra alla Russia, condotta per procura dall'Ucraina e sempre più munificamente sovvenzionata dall'UE, basterebbe banalmente guardare allo scenario odierno: Kiev sempre più avviata ad entità territoriale mutilata di parti vieppiù ingenti del proprio territorio e ben lontana dal contenere Mosca, men che meno dal piegarla; l'esercito ucraino, ormai il quarto in via di creazione, ridotto ai minimi termini per difficoltà d'arruolamento e necessità di ripiegare su “nuove leve” intuibilmente sempre più scadenti, oltretutto con tempistiche per l'addestramento a dir poco ristrette, che ne inficeranno ulteriormente le capacità di combattimento, già fortemente condizionate da forniture militari e riserve d'arsenale a dir poco risibili; un capo dello Stato, Volodymyr Zelensky, il cui mandato nel frattempo è scaduto perdendo il riconoscimento della Russia e dei suoi alleati, che se prima certo non lo trovavano figura gradita oggi addirittura lo considerano pure figura illegittima, e per giunta non prontamente sostituibile date le difficoltà politiche e pratiche a tenere delle nuove consultazioni nazionali. 

 

In verità sarebbero solo alcuni dei tanti aspetti da tenere in considerazione. I danni in ambito UE non sono certo dei meno trascurabili, in particolar modo sotto l'aspetto economico e commerciale, anche perché nel frattempo tutte le previsioni circa un tracollo militare e finanziario russo nel volgere di breve tempo sono ormai state ampiamente smentite da mesi e mesi: a tal riguardo, le ultime notizie ci riportano addirittura il sorpasso della Russia sul Giappone nella graduatoria delle principali economie mondiali. Interessante, per chi avrà la pazienza e la volontà di leggere un po', questa tesi di laurea, invero ormai già di qualche mese fa, presso l'Università Politecnica delle Marche, che molto può far capire sugli effetti anche futuri della guerra sulle economie UE. Riconoscere la fallacia delle previsioni iniziali avrebbe messo in salvo l'economia comunitaria non soltanto per i tempi presenti, ma anche per quelli futuri, oltre a sottrarle un pericoloso incendio geopolitico ai suoi confini che analogamente pure nei prossimi anni le comporterà non poche nuove situazioni di rischio. 

 

Certo, è ben comprensibile come per rimediare ad una simile marea di danni servano una capacità ed una volontà politiche e diplomatiche che l'UE e i suoi attuali epigoni non riescono ad esprimere. In alcuni passati articoli avevamo descritto l'UE come “fantasma politico e diplomatico”, anche perché sempre più emerge come nei rapporti con la Russia essa si sostanzi nel braccio politico-diplomatico della NATO, alleanza militare egemonizzata dagli USA che ha abdicato alla propria storica funzione difensiva, se mai esistita, per trasformarsi fin dagli Anni ‘90 in offensiva. Difficilmente una realtà come l’UE può rivendicare una propria personalità politica e diplomatica, se quantomeno per questioni come i rapporti con la Russia e lo spazio ad est il suo ruolo si riduce a mera copertura od alibi della NATO, che per Washington ha ormai acquisito unicamente un ruolo di esecutrice e massa critica con cui perseguire mediante i conflitti i propri interessi strategici. In sintesi, e per proprietà transitiva, l'UE si trova anche su questo capitolo a non rappresentare gli interessi dei propri cittadini, ma di quanti condizionino e determinino gli interessi egemonici USA, quest'ultimi certamente a loro volta non certo nell'interesse dei cittadini americani.

 

Se l'UE non può quindi rappresentare i propri interessi continentali e comunitari, si trova a lavorare contro di essi, nuocendo a se stessa e ai propri popoli; difficilmente dunque potrebbe assumere per proprio conto un'iniziativa diplomatica indipendente da Washington, che mai e poi mai lo permetterebbe al momento attuale, anche perché ciò si tradurrebbe in un venir meno degli obiettivi a cuore di quei vertici dell'apparato militar-industriale di eisenhoweriana memoria che detta l'agenda politica USA. Il massimo che può esser consentito è allora un negoziato che può soltanto smentire la propria utilità, come nel caso del recente Vertice di Lucerna. Ad esempio, dei novantadue paesi presenti, dodici hanno negato la sottoscrizione del documento che ribadisce l'integrità territoriale ucraina, e si tratta di paesi d'indubbio peso come l'India, il Brasile, gli Emirati Arabi Uniti, il Messico, l'Arabia Saudita, l'Indonesia, il Sudafrica; mentre altri semplicemente non erano presenti, in primo luogo la Russia, che di questo conflitto è parte protagonista quanto l'Ucraina e i suoi alleati, o ancora la Cina, che lecitamente riservava seri dubbi sull'effettività di un vertice negoziale da svolgersi con l'esclusione di Mosca, indicato da Kiev, Washington e dai governi europei come “aggressore da ostracizzare”. Quando mai hanno funzionato i negoziati a senso unico, in cui una sola parte è presente e se le canta e se le suona?

 

Non si potrà mai avanzare in una soluzione diplomatica senza accettare una seria triangolazione che includa, oltre agli USA, anche la Russia e la Cina. Solo una piena convergenza tra i tre grandi protagonisti degli equilibri internazionali potrà far sì che il fronte orientale si chiuda entro il giugno 2025, come indicato da molti osservatori, ed ovviamente senza il rischio di gravi e pericolosi allargamenti del conflitto. Tutto questo in un Vecchio Continente al centro di un ordine internazionale sempre più divenuto multipolare in virtù proprio del caos scaturito dal conflitto ucraino, ma dove tuttavia l'UE, ridotta ad entità astratta o nella migliore delle ipotesi a marginale comprimaria, non può decidere nell'interesse di quel suo stesso Continente. Tanto che anche le nuove nomine per la Commissione Europea, con la riconferma di Ursula Von Der Leyen e la scelta di Kaja Kallas a suo nuovo rappresentante per gli esteri, indicano già da oggi la conferma di un suo destino ad un ruolo vieppiù appiattito ed ancillare nei confronti degli USA: contro i propri interessi, e contro le finalità della pace.

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