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Da Verona riparte il dialogo economico tra Roma e Pechino, ma c'è anche qualcosa di più

2024-04-16 16:00

Filippo Bovo

Da Verona riparte il dialogo economico tra Roma e Pechino, ma c'è anche qualcosa di più

L'11 e il 12 aprile scorsi, nella suggestiva cornice di un'elegante città come Verona, si sono tenuti i lavori della Commissione Economica Mista (CEM)

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L'11 e il 12 aprile scorsi, nella suggestiva cornice di un'elegante città come Verona, si sono tenuti i lavori della Commissione Economica Mista (CEM) e del Forum di Dialogo Imprenditoriale tra italia e Cina, copresieduti dal Ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani e dal Ministro del Commercio cinese Wang Wentao e partecipati da vari rappresentanti economici ed istituzionali d'entrambe le parti. Entrambi gli incontri, la cui opportunità appariva particolarmente sentita dopo l'uscita dell'Italia dall'adesione alla BRI (Belt and Road Initiative, nel nostro paese nota soprattutto come Nuova Via della Seta) e la conseguente necessità di “riequilibrare i rapporti" economici e commerciali tra Roma e Pechino, hanno suscitato la soddisfazione delle due parti, risultando “all'altezza delle aspettative”. 

 

Secondo il Ministro Tajani, infatti, quella dell'11 aprile, dedicata ai lavori della CEM, “è stata una giornata positiva”, d'aiuto sia per le aziende italiane che per il turismo nazionale. Ad esempio, solo coi nuovi voli diretti tra Venezia e Shanghai sarà possibile ricevere un grande numero di visitatori in occasione delle prossime Olimpiadi Invernali di Milano e Cortina. Quanto all'uscita dalla BRI, a cui il governo italiano non ha inteso dare corso lasciando scadere il Memorandum of Understanding sottoscritto nella precedente legislatura da Giuseppe Conte, il Ministro ha voluto ricordare come ciò non voglia costituire un atto d'ostilità nei confronti di Pechino, con cui al contrario nel 2024 è stato rinnovato il Partenariato Strategico siglato da Silvio Berlusconi nel 2004. Nella visione dei rapporti internazionali portata avanti dal Governo Meloni, com'è noto, l'Italia si percepisce come “esponente di stretta osservanza del campo atlantico", sebbene con un proprio margine d'autonomia e con la volontà di poterlo ulteriormente estendere in futuro; ciò anche assumendo e portando avanti iniziative autonome, sia pur gradite agli Stati Uniti suoi “alleati principali e di riferimento”, come nel caso del Piano Mattei, o sviluppando buoni rapporti con altri partner estranei al “campo atlantico” o da questi visti come “competitori con visioni diverse”, come nel caso della Cina. 

 

Del resto, cercando di meglio sviscerare l'atlantismo “creativo” dell'attuale esecutivo, si possono trovare delle motivazioni in questa volontà di Roma di coltivare rapporti costruttivi e cordiali con Pechino legate anche a ragioni piuttosto “contingenti” e a ben guardare sentite come necessarie pure da importanti settori politici del partner principale, gli Stati Uniti, come ad esempio quella di premere su Pechino affinché eserciti pressioni su un suo alleato primario come Mosca per la questione ucraina. Il “campo atlantico”, insomma, ha bisogno di Pechino affinché, mettendoci come si suol dire una buona parola, convinca la Russia a riservargli un più mite e magnanimo trattamento allorché diverrà necessario sedersi a trattare per poter mettere la parola “fine” alla dolorosa vicenda della guerra in Ucraina, dove il “campo atlantico” si trova ad essere responsabile e nei guai fino al collo. Per tale ragione l'Italia, che nel “campo atlantico” è forse uno degli attori più spendibili, si ritrova in un certo qual modo pure “incoraggiata” dal suo alleato principale, Washington, affinché riesca a strappare tramite la disponibile pazienza di Pechino qualche decorosa via d'uscita dal “pantano” ucraino. 

 

Non diverso ragionamento può esser fatto per la questione del Mar Rosso e dei suoi transiti oggi messi a repentaglio dagli attacchi degli Houthi e dall'instabilità che connota l'area tra Africa e Medio Oriente: dinanzi al sostanziale impasse conosciuto dai vari attori occidentali nel fronteggiare tale situazione, non sorprende che anche a tal proposito il Ministro invochi “ogni sforzo possibile” di Roma e Pechino per garantire sicurezza di transito alle navi italiane. L'Italia, sfruttando quel suo “ruolo privilegiato nel campo atlantico” che ritiene d'essersi aggiudicata, mira così a svolgere su compito di questi un ruolo più che diplomatico con Pechino in modo da assicurargli maggiore sicurezza in un'area di passaggio vitale, ma oggi più che mai rischiosa. Non è da sottovalutare, in tal senso, che sempre sfruttando il proprio ruolo e la propria immagine “più spendibile” di altri nel “campo atlantico”, in occasione degli incontri di marzo per la presentazione del Piano Mattei a vari leader africani e ai vertici delle organizzazioni internazionali ed intergovernative come l'Unione Africana, il Governo italiano abbia stabilito rapporti molto approfonditi soprattutto coi leader del Corno d'Africa, ovvero quelli che maggiormente possono garantirgli una positiva collaborazione su questo arroventato dossier. Il fatto che molti di questi leader abbiano a loro volta buoni legami con Pechino completa a maggior ragione il cerchio, stimolando ancor più l'Italia a tessere dei positivi rapporti con la Cina.

 

Tornando alla sfera economica, è interessante notare come dall'intesa di questi giorni sorga la volontà di tenere simili incontri ogni anno e quelli tra aziende italiane e cinesi ogni sei mesi, così da garantire un sempre più ampio volume negli interscambi commerciali. In materia d'investimenti, il Ministro Tajani ha dichiarato il favore dell'esecutivo “agli investimenti cinesi in Italia nel rispetto delle regole” ovvero “che abbiano l'obiettivo d'investire, non di comprare e portare via”, precisando come ciò “non riguarda la Cina, ma qualsiasi investitore”. Facendo sia pur con alterne fortune della "salvaguardia dell'italianità" uno dei propri cavalli di battaglia, il Governo intenderebbe quindi cercare nuovi investitori internazionali, purché non si trasformino poi in responsabili della deindustrializzazione del paese consumatasi a suon di continue e spesso eclatanti delocalizzazioni: si pensi, solo per citare l'ultimo caso, quello di Stellantis, la cui parte ormai ex italiana FIAT abbandona la Penisola dopo che per anni aveva fruito d'abbondanti elargizioni da parte dello Stato. 

 

Proprio a tal proposito, nel suo incontro col Ministro Wang Wentao, Tajani ha espresso l'auspicio che sempre più aziende cinesi investano in Italia nel settore delle auto elettriche, per compensare al vuoto lasciato da FIAT ed assicurare un forte contributo all'occupazione e all'elevazione tecnologica del paese. Va infatti ricordato come la Cina sia oggi il principale produttore di veicoli elettrici al mondo, con livelli tecnologici sorprendenti applicati a gamme di prodotto delle più diversificate, laddove i costruttori occidentali nel medesimo settore si limitano solo a modelli dai minori numeri produttivi e al di fuori del potere d'acquisto della maggior parte dei potenziali acquirenti, a causa del ben minor rapporto qualità/prezzo. Qualora grazie agli investimenti dei giganti cinesi di settore l'Italia riuscisse a diventare un grande polo produttivo dell'auto elettrica in Europa, avrebbe rimediato al vuoto industriale, tecnico ed occupazionale creato dalla fuga della sua ex industria nazionale. 

 

Peraltro nulla vieta che oltre all'automotive, che potrebbe beneficiare dell'apporto di nomi come Xpeng Motors, buone opportunità non siano riservate anche alla carta delle telecomunicazioni, su cui il nostro paese si trova oggi dinanzi ad un punto morto con le traversie legate a TIM ed OpenFiber e la chiusura troppo frettolosa agli investitori cinesi a suo tempo operata dal Governo Draghi, dettata da ragioni soprattutto ideologiche: la presenza al Forum di Dialogo, tra i vari grandi gruppi cinesi, anche di Huawei, lascia infatti pensare alla possibilità che pure su questi temi tra Roma e Pechino possa nuovamente aprirsi una positiva e costruttiva collaborazione.

 

 

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