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Il Corno d'Africa, dopo lo Yemen altro volto del "fronte meridionale" del conflitto israelo-palestinese

2024-01-10 15:00

Filippo Bovo

Il Corno d'Africa, dopo lo Yemen altro volto del "fronte meridionale" del conflitto israelo-palestinese

Della catena di conflitti nel Corno d'Africa poco si parla a livello mediatico, eppure in questo momento non dovrebbe sfuggire il loro collegamento co

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Della catena di conflitti nel Corno d'Africa poco si parla a livello mediatico, eppure in questo momento non dovrebbe sfuggire il loro collegamento con quanto vediamo nel circondario, da Gaza allo Yemen e via dicendo. La guerra civile in atto in Sudan, ufficialmente scoppiata nella scorsa primavera, è in realtà l'ennesimo capitolo di una vicenda ben più annosa e che precede di diversi anni l'uscita di scena dell'ex Presidente Omar al Bashir e l'insediamento del Consiglio Sovrano di Transizione tuttora, dopo vari aggiustamenti interni, al potere a Khartoum. Negli ultimi tempi abbiamo visto un crescente coinvolgimento, nelle sue dinamiche interne, di due importanti attori regionali come l'Etiopia e gli Emirati Arabi Uniti, determinati a sostenere le Forze di Supporto Rapido (RSF) di Mohamed Hamdan Dagalo “Hemedti”, eredi dei Janjawid che nel periodo di Bashir lasciarono nel Darfur e nel Ciad occidentale una ben triste memoria, ed oggi in lotta contro il governo sudanese guidato dal Presidente Abdel Fattah Abrahman al Burhan. 

 

E' un conflitto civile, interno, perché scaturito pur sempre dalla compagine governativa del paese: dopotutto Hemedti era il vice di Burhan, nel Consiglio Sovrano di Transizione, prima che scoppiasse questo loro braccio di ferro, e in seno a quella giunta già s'erano visti altri regolamenti di conti, quando tra civili e militari, quando in seno alle due stesse componenti; ma in questo caso il suo allargamento appare ben più ampio del solito, andando ad abbracciare ancor più gli interessi dei paesi limitrofi come di altri ancora. Se le RSF sono sostenute da Etiopia ed Emirati Arabi Uniti, il governo sudanese è invece sostenuto dal vicino Egitto, così come dall'Arabia Saudita che tanto dell'Egitto quanto del Sudan è “paese fratello” nella Lega Araba nonché fondamentale investitore nelle loro economie. Oltre all'Egitto, il Sudan trova anche l'assistenza di Russia e Cina, sia pur in forme diverse: la Russia inviando personale della Wagner, oltre a fornire assistenza economica ed alimentare; la Cina ugualmente come importante partner economico e commerciale. Entrambi, Russia e Cina, si pongono infine come fondamentali alleati mediatori, con forti agganci ed ascendente anche sugli altri attori in gioco, ovvero Etiopia ed Emirati Arabi Uniti, e come tali in grado di poter sanare insieme all'Arabia Saudita la spirale del conflitto in corso attraverso una ponderata ed incisiva diplomazia. 

 

L'Etiopia è mossa, in questo conflitto, dal desiderio di un approdo al mare, che la porta a sostenere le RSF nella speranza che queste strappino Port Sudan al governo di Khartoum, propiziando così la frammentazione del paese; in ciò trova il supporto economico e militare degli Emirati Arabi Uniti, desiderosi di smarcarsi in seno al Consiglio di Cooperazione del Golfo con una loro politica estera e strategica alternativa e concorrente a quella saudita, e d'aggiudicarsi una sicura presenza nel Mar Rosso. Concorre inoltre, a motivare l'azione etiopica, il bisogno d'elevare il proprio potere contrattuale nella “questione del Nilo”, sottraendo quote di potere all'Egitto e al Sudan spesso visto come suo “Stato vassallo”, nel caso di Addis Abeba soprattutto per la vicenda della GERD (la Grande Diga del Rinascimento Etiopico), la cui costruzione e messa in funzione con le acque del Nilo Azzurro ha innescato non pochi contenziosi col Cairo e con Khartoum. E' da notare che questo obiettivo, parimenti, trovi il plauso degli Emirati Arabi Uniti così come di Israele, ben lieti di vedere un depotenziamento del ruolo egiziano nella regione. 

 

Del resto, come già avevamo accennato nei nostri vecchi articoli dedicati alla vicenda, “strumentalizzare” l'Etiopia a condurre un simile gioco non era così difficile, e già dalla visita di Anthony Blinken ad Addis Abeba nel marzo dell'anno scorso, da questi giudicata molto fruttuosa, si sarebbero potute capire molte cose. In quell'occasione, col premier Abiy Ahmed, il Segretario di Stato USA aveva concordato i nuovi aiuti per l'economia etiopica, non proprio in buone condizioni: il paese, da decenni, è primo dipendente in Africa e tra i principali nel cosiddetto “Terzo Mondo” di sussidi ed aiuti economici ed alimentari dall'Occidente e dagli Stati Uniti in particolare. E' proprio da quel periodo che Addis Abeba ha infatti cominciato a cambiare la sua condotta nella regione, sposandosi con gli Emirati Arabi Uniti nella destabilizzazione del Sudan e successivamente allargando le proprie mire anche agli altri suoi vicini, Eritrea, Gibuti e Somalia. Dopo aver chiesto a questi paesi un accesso al mare in cambio di partecipazioni azionarie nella GERD e in Ethiopian Airlines, incontrando un netto rifiuto sia per l'incongruenza in termini di diritto internazionale che per i toni bellicosi con cui Abiy Ahmed aveva espresso tale richiesta già al parlamento etiopico, Addis Abeba ha ulteriormente elevato i toni dello scontro siglando tra la fine di dicembre e l'inizio di gennaio un Memorandum of Understanding con la repubblica separatista del Somaliland, nella Somalia settentrionale. 

 

Anche stavolta la zona è quella di Berbera, dove già nel 2017 l'allora governo etiopico di Hailé Mariam Desalegn, egemonizzato dal TPLF (Fronte Popolare di Liberazione del Tigray), aveva tentato di stabilirvi un proprio porto ed una base militare, sempre col finanziamento degli Emirati Arabi Uniti. C'è però un “piccolo” problema: il Somaliland è uno Stato non riconosciuto, corrispondente grossomodo alla vecchia Somalia britannica ed autoproclamatosi indipendente durante la guerra civile somala scoppiata dal '91. In cambio di Berbera, l'Etiopia sarebbe la prima nazione a riconoscere il Somaliland, ponendo le premesse per un suo eventuale riconoscimento da parte anche di altri paesi africani, e non solo. Poiché non firmato con la Repubblica Federale Somala, unica riconosciuta a livello internazionale come titolare della sovranità sull'intero territorio somalo, Somaliland compreso, il MoU risulta quindi non soltanto nullo ma persino ostile alla politica di riunificazione e stabilizzazione dell'intera Somalia. In pratica Addis Abeba si ritrova a fomentare la destabilizzazione della Somalia, alimentando il separatismo di suoi territori, dopo aver già compromesso i propri rapporti fino a poco tempo fa buoni con Eritrea, Gibuti, Sudan e Somalia. 

 

"Il mare della Somalia non può esser trattato come una merce, che si può mettere in vendita al mercato, come una capra", ha commentato a tal proposito il premier federale somalo Hamza Abdi Barre, mentre il Presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud ha prontamente ricordato come già l'intervento militare etiopico del 2006, nel periodo in cui l'Etiopia era governata dal TPLF di Meles Zenawi, abbia causato l'ascesa degli islamo-fondamentalisti di Al-Shabaab, contro cui tuttora la Somalia si trova a lottare; e che ora il nuovo attacco alla sovranità e all'integrità territoriale somala recato da Addis Abeba rilancerà il gruppo terrorista con nuovi reclutamenti. Ed in effetti è proprio così, perché dopo aver condannato a sua volta il MoU tra Etiopia e Somaliland, Al-Shabaab dichiara che lo combatterà come già aveva fatto in passato, probabilmente con riferimento a quello del 2017. Immediate le risposte dai vari partner regionali ed internazionali: blande quelle dell'Unione Africana e dell'IGAD (l'Autorità Intergovernativa per lo Sviluppo) che riunisce i paesi del Corno d'Africa, che invitano al dialogo le parti in causa senza troppo sbilanciarsi; infuocata invece quella della Lega Araba, ostile al MoU e che, ricalcando le posizioni espresse da Arabia Saudita, Egitto, Sudan, Gibuti ed altri paesi arabi, si schiera nettamente con la Somalia. Nel mentre anche Stati Uniti, Unione Europea, Turchia, Eritrea, Kenya, Cina e Russia confermavano il loro sostegno alla Somalia come unico soggetto internazionalmente riconosciuto, secondo i confini del 1960 comprendenti anche il Somaliland. 

 

Per finire, anche ad Hargheisa, capitale dell'autoproclamata repubblica del Somaliland, il governo locale iniziava a ricredersi sul MoU, dopo che Addis Abeba precisava che l'ottenimento di Barbera non avrebbe comportato un suo immediato riconoscimento dell'indipendenza dalla Somalia. Anche in questo caso, dunque, il tutto appariva per l'ennesima volta come una sorta di truffa, in cui in cambio di concreti territori si proponevano da parte etiopica vaghe ma non scontate promesse di riconoscimento giuridico e poco appetibili partecipazioni in aziende come Ethiopian Airlines e la GERD la cui contabilità appare di giorno in giorno sempre più scricchiolante. Non a caso, per quanto appetibile sia, lo sbocco sul mare rappresenta in questo momento per il governo etiopico soprattutto un importante espediente con cui distogliere l'attenzione dell'opinione pubblica dai temi interni, che spaziano dal conflitto civile con gli Amhara e gli Oromo, con scontri tra l'esercito federale e le milizie del FANO e dell'OLA, alla bancarotta dichiarata intorno a Natale; ed è così prezioso da indurre Addis Abeba anche a rompere i propri rapporti con tutti i partner della regione, pur di ricevere il sostegno di altri come gli Emirati Arabi Uniti o gli Stati Uniti. 

 

Qualcuno potrà obiettare considerando la presenza, oggi, di paesi come Etiopia ed Emirati Arabi Uniti in seno ai BRICS, insieme ad Arabia Saudita ed Egitto; ma le loro richieste d'adesione a questa famiglia di Stati sovrani, che non è certo da intendersi come un'alleanza in senso stretto dove si suoni una sola musica come il G7, data a ben prima che le loro politiche estere e strategiche nella regione assumessero la loro odierna fisionomia. Occorrono circa due anni per entrare nei BRICS, tra richiesta d'adesione e tutti i passaggi successivi, e nel frattempo molte cose sono capitate a questi paesi per distorcerne e sfigurarne la condotta politica regionale. Sanare queste ruggini tra paesi alleati richiederà tempo e pazienza, ma è necessario per riportare una maggior concordia in tutta la famiglia evitando che ne traggano vantaggio altri come gli Stati Uniti ed Israele, oggi più che mai determinata ad alimentare le turbolenze in Medio Oriente e in Africa Orientale. I membri fondatori dei BRICS, Russia e Cina in primo luogo, si dovranno cimentare in un'immensa offensiva diplomatica per un'intesa che allontani Emirati Arabi Uniti ed Etiopia dall'abbraccio con l'agenda di Stati Uniti ed Israele per il Mar Rosso, il Corno d'Africa e la Valle del Nilo. Qualcosa di molto simile, dopotutto, a quanto già s'era visto a suo tempo, e che ha consentito un riavvicinamento dell'Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti all'Iran, con l'archiviazione della vecchia frattura tra sciiti e sunniti che insanguinava vaste parti del Medio Oriente.
 

 

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